la filosofia doveva rimanere ‘ancilla traditi ab antiquis mori’ (Cicerone)

Repubblica

La definizione del canone classico della tradizione religiosa alla fine della Repubblica

Fra la metà del II e la metà del I secolo a.C., fu costituito un vero e proprio corpo letterario della tradizione religiosa, diversificato in generi determinati, corrispondenti ai diversi aspetti dell’unica e sintetica sapienza religiosa romana. Nel corso dei due successivi secoli, fino alla metà del II secolo d.C., fu definito un ordine, un canone degli auctores, dal genere poetico al genere in prosa.
Le autorità romane incaricate di legittimare queste opere riconobbero ai diversi scriptores una specifica dignitas, in particolare una certa auctoritas. I testi canonici, molto spesso, erano redatti da Padri autorevoli della religione e della vita civile, come ad esempio Cicerone, o, prima di lui, Catone. Il processo di legittimazione, riconoscimento e autorizzazione, in questi casi non fu necessario, la vita esemplare dello scriptor certificava la sua sapientia, l’auctoritas presente nelle sue opere. La tradizione consolidata affermava, in maniera specifica, il ruolo e l’importanza dei Padri autorevoli della tradizione scritturale per la trasmissione del mos maiorum.

La definizione dell’ordinamento canonico degli auctores letterari della tradizione religiosa romano-italiana ha avuto uno sviluppo di almeno un secolo, prima dell’opera varroniana, poi ricevette un importante impulso da parte di Cicerone, che introdusse il termine classicus in un campo diverso da quello ordinario[1]. In tal modo, l’aggettivo classicus, che deriva da classis, che era stato adoperato per la ridefinizione dell’ordinamento sociale effettuato dal Re Servio Tullio, fu utilizzato a pieno titolo per la definizione di uno scrittore che presentava certe qualità “classiche”, ovvero esemplari, paradigmatiche.
Lo scriptor classicus fu contrapposto allo scriptor proletarius, che mancava delle qualità eccellenti ed esemplari di quel cittadino che, alle origini, faceva parte della prima classe, perciò costituiva la misura di tutti gli altri cittadini facenti parte delle altre classi inferiori.
Dunque, in senso lato, classicus è un termine che indicava il civis che componeva la prima classis, il quale rappresentava in modo eminente il patriziato originario, nel quale si incarnava la misura esemplare della sapientia romana e dunque anche la misura perfetta del mos maiorum. In senso lato, sono classici quei Maiores che hanno attualizzato completamente la loro essenza divina, il paradigma del romanus, essi coincidono con i Divi Parentes. Sono poi divenuti classici tutti quei Padri che, in quanto auctores, hanno tradotto in loro e nella loro opera la misura esemplare dell’essenza divina del Genio romano, o una determinata espressione della sapienza e della disciplina religiosa romana.

L’opera che si è svolta dal II secolo a.C. al II secolo d.C., ha portato all’organizzazione sistematica e scolastica della filologia religiosa romana e all’estrazione dei criteri di misura per definire l’auctoritas di uno scriptor, così come la sua conformità alla traditio religiosa. Questa opera è stata preparata dall’azione magistrale svolta da Varrone nel I secolo. a.C. È proprio a Varrone, “vir ingenio praestans omnique doctrina[2], che si deve la prima organica e compiuta sistemazione delle scienze sacre romane, secondo un’elaborazione filosofica. Egli raccolse quanto già fatto parzialmente in tal senso nei due secoli precedenti da personalità come Livio Andronico ed Ennio, e perfezionato dal suo maestro Elio Stilone, poi ne fece un sistema ordinato e compiuto, che ebbe l’approvazione autorevole del Pontefice Massimo Giulio Cesare e ricevette l’elogio di Cicerone e di una lunga serie di Padri.
Il risultato dell’opera magistrale varroniana, dalla quale sono dipesi tutti gli sviluppi futuri della letteratura antiquaria, filologica e disciplinare, è divenuto “classico”, “canonico”, ed è paragonabile all’elaborazione del Vedanga della tradizione hindù. Se lo sviluppo delle scuole di filosofia è da paragonare alla definizione dei gradi ermeneutici della tradizione religiosa, secondo determinati piani o punti visuali della religione, come risulta per gli stessi darshana hindù, le scienze ausiliarie del Veda, che compongono il Vedanga, sono da assimilare alle discipline implicite nelle formule religiose sintetiche, contenute nei libri sacri originari, articolate in modo esplicito dai filologi, in particolare da Varrone.

Queste discipline, ad un certo punto dello sviluppo della tradizione religiosa, vennero distinte esplicitamente per consentire la mediazione della ragione umana all’essenza spirituale sovrarazionale della materia religiosa. Grazie alla codifica delle discipline distintive, la penetrazione nella sapienza divina, raccolta precedentemente nei Libri Sacri in forma di inni, formule, riti, ecc., divenne accessibile in modo mediato, i contenuti della religione furono resi intelligibili anche alla ragione, in tal modo fu possibile custodire e attuare il deposito della tradizione più efficacemente nella perpetuità.
Le parti del Vedanga sono la Shiksa, la scienza della corretta pronuncia dei nomi, l’eufonia o fonetica, il Chandas, la scienza della prosodia o della metrica poetica, il Vyakarana, la grammatica, il Nirukta, l’etimologia, ovvero anche l’esplicazione del valore simbolico delle lettere, il Jivotisha, l’astronomia-astrologia, il Kalpa, le prescrizioni per le esecuzioni dei riti. Queste “scienze ausiliarie” del Veda trovano il loro analogo nella distinzione delle scienze linguistiche, grammaticali ed ermeneutiche, codificate dagli autorevoli esponenti della religione patria. La codifica principale delle scienze ausiliarie, necessarie a penetrare la conoscenza religiosa contenuta nei Libri Sacerdotali, o più in generale nella tradizione, si deve a Varrone, ma, nel medesimo periodo, va lodato anche Nigidio Figulo, il quale, secondo Cicerone, ebbe una particolare cura per l’esoterismo romano.

L’opera varroniana principale è costituita dalla raccolta di Antiquitates divinae e di Antiquitates humanae, nelle quali troviamo definizioni teologiche e rituali. A queste opere seguono le Disciplinae, tra le quali si trovano l’astronomia, la musica, la geometria, la matematica, ma anche la medicina e l’architettura. Queste ultime nella tradizione vedica sono accolte nell’Upaveda, le quattro scienze di ordine inferiore, ciascuna in correlazione con uno dei quattro Veda. La medicina viene ad esempio dal RigVeda come Ayur-Veda, la scienza militare, o Dhanur-Veda, è derivata dal Yajur-Veda, la musica, o Gandharva-Veda, è correlata al Sama-Veda e l’architettura, congiunta alla meccanica, SthapatyaVeda, è riferita all’Atharva-Veda.
Varrone fissò la disciplina filologica tradizionale romana divenuta ormai “classica”. Mediante la filologia e la filosofia egli rivivificò la religione patria e restituì ai romano-italiani la piena coscienza della loro identità spirituale[3]. Per la sua opera Varrone non deve essere considerato un semplice “erudito”, perché egli è un doctus nel vero senso religioso, ovvero è colui che dispone di doctrina, della scienza autorevole, e può docere, trasmettere magistralmente questa scienza. Sabino come Numa, Varrone ha espresso al suo grado la ridefinizione e la riorganizzazione della scienza religiosa romana su nuove basi, fondando sulla sapienza numana raccolta nei Libri Sacerdotum.

Non vi fu prima, né dopo Varrone, una personalità romana che svolse un’opera così importante e fondamentale come quella del reatino per l’organizzazione della filologia religiosa tradizionale romano-italiana. Varrone aveva l’intenzione di riattivare provvidenzialmente l’animus antiquus dei romani e ridefinire l’ “ordine degli antichi Padri”. Egli fece dello studio accurato della lingua latina il presupposto fondamentale della regolare ricezione della tradizione e, allo stesso tempo, del regolare accesso allo spirito della religione. Varrone ha applicato all’organizzazione della scienza linguistica romana un approccio filosofico e misterico, che si riscontra in una buona parte dei libri etimologici ancora superstiti. Egli stabilì, come base di tutta la filologia sacra, la lingua, la quale venne trattata come una materia iniziatica, perciò Varrone definì quali fossero i quattro gradi di senso, valore ed esplicazione, che bisogna dare ad essa. La disciplina linguistica, svolta in modo religioso, porta fino alla comprensione essenziale dell’eterna verità, di cui la parola, il verbo, è espressione concettuale o proferita. Nell’ascesa attraverso i quattro gradi dell’esegesi e dell’ermeneutica delle scritture sacre e religiose, il filologo, filosofo e iniziato, deve raggiungere possibilmente il quarto grado di intellezione della parola, un grado prettamente arcano ed esoterico, la cui conoscenza è riservata agli iniziati alla scienza sacra, i quali sono i soli che possono accedere alla vera comprensione dello spirito divino della religione e del Mistero di Roma, occultati nella letteratura autorevole dei Padri.
Colui che non compie l’ascesi filologica integrale stabilita dal magistero di Varrone, non può accedere alla gnosi divina integrale che fonda tutto il sistema religioso provvidenziale romano. L’itinerario definito autorevolmente da Varrone, una volta per tutte, è quello a cui occorre riferirsi se si vuole compiere con regolarità l’ascesi religiosa ed iniziatica, secondo ragione ed intelletto, che permette di accedere alla conoscenza del vero spirito della religione patria e all’attuazione esistenziale del suo essere nel mondo, anche nel tempo attuale[4].

Un altro pilastro fondamentale della tradizione religiosa romano-italiana è stato l’Ottimo Padre Marco Tullio Cicerone. L’entrata in scena della grande figura di Cicerone avviene quando il bellum civile è oramai innescato ed è in pieno svolgimento. Perciò il suo magistero si colloca, da un punto di vista temporale, nel periodo della fine della Repubblica, quindi da una parte si articola in un’azione volta alla ricostituzione della concordia ordinum, ma, dall’altra parte, il Padre arpinate si è impegnato in un’opera che ha un carattere metatemporale. Divenuta esemplare, e utilizzabile in qualsiasi tempo, l’opera filosofica dell’Ottimo Padre è stata assunta nella perennità da tutti coloro che hanno conservato una precisa fedeltà alla tradizione religiosa patria. Cicerone operò per riqualificare l’élite romana, quindi ridefinì la figura perfetta del civis romanus, che si esprime compiutamente nell’optimus rector civitatis, deputato alla conduzione della res publica mediante un governo esemplarmente equilibrato e giusto. Sviluppatosi nell’ambito dell’élite della tarda Repubblica, che custodiva l’esoterismo romano nell’alveo di alcune Gentes della nobilitas patrizio-plebea, Cicerone operò per tradurre compiutamente la filosofia platonica e quella stoica nel linguaggio e nei termini del mos maiorum, in particolare egli articolò la possibilità di praticare la religio attraverso un credere filosoficamente fondato. Così egli rese possibile a molti il graduale accesso allo scire, per pervenire infine alla conoscenza intellettiva dell’essenza metafisica della religione romano-italiana, mediante l’elevazione della ragione nella fede riposta negli Dei e nei Maggiori, fino all’attingimento dell’integralità della sapientia divina.

Cicerone rivelò la necessità di fondare epistemologicamente la fede romana e consentì, a partire da essa, la realizzazione della sapientia, il raggiungimento di questo obbiettivo fu per lui una “missione”[5]. Egli si occupò in primis di confutare ogni tentativo di corruzione razionalistica del deposito della religione, poi indicò i mezzi per evitare la credulità e la superstizione, e dunque operò, in generale, per evitare l’alienazione dalla regolarità religiosa. L’intera opera ciceroniana costituisce la fissazione, ordinata e strutturata, dell’exoterismo filosofico-religioso romano, aperto nel suo vertice all’esoterismo. Al cuore di questa opera egli ha posto il modello della cultura dell’uomo religioso, della formazione religiosa del romanus nella romanitas, secondo humanitas, questo modello è rimasto valido nei secoli fino ad oggi. Chi non segue questo modello formativo si pone fuori dalla regolare formazione religiosa romano-italiana, la stessa seguita da generazioni di Padri autorevoli, vere guide magistrali nella tradizione.

Dunque, ciò che Varrone svolse nell’ambito filologico, Cicerone lo svolse nell’ambito filosofico. Il processo di accoglienza della filosofia pitagorica nell’ambito del patriziato, e poi della nobilitas, fra il IV e il III secolo a.C., e il suo utilizzo per gli scopi sopra indicati, aveva già dato significativi frutti prima che, nel II secolo a.C., l’influsso stoico, specialmente con Panezio, si aggiungesse alla funzione che la filosofia italica doveva avere nella religione patria. Cicerone portò a compimento l’utilizzo della filosofia nella religione, la sua opera filosofica costituiva un ufficio civile, perché offriva alla cultura romana uno strumento che ne consentiva la compiuta universalizzazione. Rispettando il principio per cui la filosofia doveva rimanere “ancilla traditi ab antiquis moris”, l’arpinate elaborò una teologia romana “razionale” esplicativa, su basi pitagorico-platoniche e diede ragione del mos maiorum, in ogni suo aspetto, con argomentazioni filosofiche, rendendo così possibile l’approccio alla religione divina tramite la ragione e attraverso la mediazione dialettica.

La disposizione integrale della sapienza pontificale si era ridotta nei secoli al dominio di pauci lecti, l’esoterismo romano, di difficile accesso al tempo di Cicerone, era custodito nell’alveo di alcune Gentes della nobilitas patrizio-plebea e nell’animo di alcune personalità di primo piano e nei loro seguaci. La custodia degli arcana romani, della disciplina sapienziale e iniziatica elaborata su basi filosofiche pitagoriche-platoniche, così come la difesa e la vivificazione del mos maiorum, su cui tutta la realtà romana poggiava, erano ormai attuate solo da gruppi ristretti nel I sec. a.C. Con l’ascesa della plebe, e con la sua estensione quantitativa, si ebbe una drastica riduzione delle Gentes patrizie in Senato, ciò fu ritenuto assai pericoloso per Cicerone che lo denunciò, insieme alla penvria virorum extrema. Alla fine della Repubblica assunse la preminenza l’exoterismo romano e, con esso, l’orizzonte umano e il punto di vista morale, mediante i quali si ha una certa penetrazione della sentimentalità nella religione. Ciò comportò un passaggio dall’oggettivismo tecnico-rituale sovraumano della prassi religiosa, all’emergenza di una decisa soggettività psicologica e morale nel culto, che causò un certo riadattamento dei modi della pietas. L’adesione exoterica al culto patrio, che venne a caratterizzare la maggioranza del populus, rese predominante la pietas religiosa basata sul credere più elementare, mentre lo sviluppo dello scire razionale e della sapientia intellettuale, rimase privilegio di pochi, nell’ambito della nobilitas, dei collegi sacerdotali, dei sodalizi religiosi, delle associazioni misteriche e filosofiche. Fondare filosoficamente e teologicamente il credere religioso basilare fu uno dei principali scopi di Cicerone, il quale così rese possibile il graduale ascenso allo scire, per pervenire infine alla conoscenza metafisica dell’essenza misterica della religione romano-italiana.

Nel I secolo a.C., diversi sacerdoti e pontefici non disponevano più della sapienza originaria in modo integrale, ma operavano comunque nella ferma credenza e nella solida fede negli Dei e nei Maiores, perciò rispettavano rigorosamente la tradizione divina, come il pontefice accademico Cotta. Egli, nelle scritture di Cicerone, reagisce a ciò che corrompe la religione e insiste nell’anteporre la fede negli Dei e nei Maggiori ad ogni argomentazione razionale filosofica sul Divino e sulla religione. Questa disposizione dei sacerdoti costituiva la base del loro ufficio rituale, grazie alla quale essi rimanevano fondati sulla scienza divina senza cedimenti umani. Questa fides era poi rafforzata e fondata appieno dalla disciplina filosofica, che consentiva l’appropriazione compiuta del contenuto metafisico della disciplina sacra, prima in modo razionale e poi in modo intellettivo, quindi permetteva ai più qualificati di ottenere la pienezza dell’autorità sacerdotale.

L’Ottimo Padre Cicerone ha definito in modo rigoroso la humanitas romana, intesa sia come cultura religiosa, che come statuto ontologico della persona religiosa compiuta. Egli sviluppò il modello del vir bonus dicendi peritus di catoniana memoria e ne fissò la perfezione nell’orator, descrivendone il modello nel De oratore. Il cursus della disciplina volta al conseguimento della pienezza della dignità umana fu ordinato negli studia humanitatis che, nell’ordine, prevedono: la conoscenza delle litterae, a cui segue la conoscenza della grammatica, dell’oratoria, della philosophia e infine della ivrisprudentia. Il fine di questi studia è la politior humanitas, l’umanità pura, raffinata, astratta da ogni elemento non umano, dunque l’umanità nella sua essenza eterna e divina. La formazione perfetta, in senso universale, della persona umana, secondo la religione romano-italiana, porta alla politior humanitas, grazie alla quale l’uomo può compiere il suo ufficio di Pace Universale Assoluta, per la costituzione della Salute Pubblica Suprema.

La condotta civile e morale del vir bonus è stata riassunta da Cicerone nelle sue opere politiche e morali, una vita dedita agli uffici civili, all’osservazione fedele del mos maiorum, conduce all’apice dell’onore e della gloria, e dunque alla beatitudine eterna. Questo risultato è illustrato magistralmente nelle pagine del libro VI del De Republica, altrimenti noto come Somnium Scipionis, perché la parte centrale del libro è costituita dalla “rivelazione divina” di Scipione Maggiore, che comunica in sogno al nipote il destino escatologico che attende gli animi romani che hanno compiuto perfettamente il loro ufficio e hanno realizzato le virtù civili esemplari. Scipione mostra quale sia l’indirizzo post-mortem dell’animus, la sua elevazione al Cielo, fino all’apoteosi e alla beatitudine perfetta, ma questo fine è riservato ai rectores civitatis romani che hanno consacrato l’intera vita all’ufficio di impero, realizzando la pietas civile esemplare.

Nella rielaborazione e nella riorganizzazione formale del mos maiorum, e della regolarità tradizionale romana, che avvenne fra il III e il I sec. a.C., ebbero un ruolo preciso gli Scipioni e diversi eminenti Padri del II e del I sec. a.C. Queste personalità diedero piena articolazione alle scienze sacre e alla filosofia romana, inoltre fissarono un modello di romanitas che interessava ogni ambito della civitas, dalla religione alla politica, dalla cultura alla letteratura. Questo modello è stato definito classicus dalla scolastica romana, cioè “esemplare”, “canonico”, perciò è stato custodito nei secoli come la “regola della tradizione romana”, alla quale ogni romano-italiano deve rimanere fedele nella perpetuità, riferendo ad essa ogni atto della sua vita, per la sua compiuta formazione religiosa.

La romanitas classica costituisce, da un lato, l’unità organica della civiltà esemplare romano-italiana, dall’altro lato il canone della cultura religiosa a cui ciascun romano-italiano aderisce per realizzare la virtus e la sapientia dei Maiores e, dunque, per acquisire quella auctoritas che gli consente di attuare la missione divina romana e l’ufficio universale della sua persona, in accordo con il mos maiorum e i Fata Iovis.

È parziale, troppo generico e improprio, ridurre la romanitas classica a semplice “tradizione classica”, il modello della religione e della cultura religiosa romana, che fu definito dalle autorità romane legittime “classico”, esemplare e canonico, costituisce il riferimento normativo per la trasmissione regolare del mos maiorum, perciò non si presta a riduzioni, discussioni o confusioni. La tradizione della romanitas deve essere perfettamente conforme al canone classico, un canone religioso ristretto, nel quale rientrano solo alcuni elementi specifici, ben determinati, che non possono essere variati da studiosi profani estranei alla religione. La regolarità tradizionale, cioè la conformità alla regola della trasmissione dell’essenza sovraumana e sovrannaturale della tradizione religiosa, è stata definita in principio dal costitutore divino della religione, Romulus, e poi è stata consegnata ai Patres prisci, affinché i romano-italiani prestassero una rigorosa fedeltà al loro fato e al loro ufficio. Ciò che questa costituzione ha definito è stato fissato nel modello tradizionale esemplare dai Padri, mediante il quale è stata trasmessa la romanità classica, cioè definita esemplare dai Padri, quella romanità che richiede assoluta fedeltà affinché il fato e l’ufficio di Roma siano realizzati appieno. Solo i Padri romani autorevoli hanno voce per trattare della tradizione romana e della sua forma regolare, ogni ingerenza dei profani è indebita[6].

L’Ottimo Padre Cicerone, nella sua opera, non si limitò ad evidenziare la perfezione della costituzione politica romana, in concordanza col modello ideale elaborato dai filosofi, ma si impegnò a dimostrare come l’optimus status civitatis poteva essere costituito e mantenuto solo da adeguati optimi rectores civitatis, le cui caratteristiche dovevano essere quelle dei peritissimi rerum civilium. Se l’uomo perfetto è colui che possiede la perfetta sapienza divina, e la mette in atto nella perfetta conduzione dello stato politico, in vista della realizzazione della pace e della giustizia nella civitas, realizzando la perfetta salus rei publicae, questo uomo va individuato nel vir romanus perfectus, nel quale si ha, secondo una specifica elaborazione ciceroniana, la perfezione dell’humanitas, la quale, secondo il Padre romano, non può che essere humanitas civilis, in accordo con tutta la politica classica.
Su queste basi Cicerone ha elaborato anche la dottrina del princeps, quale soggetto che ha realizzato la perfezione dell’humanitas-romanitas, perciò è l’optimus rector civitatis capace di assumere su di sé il governo della Repubblica Universale, al fine di stabilire in essa la perfezione della Salus Publica, estremo fine di tutto il sistema religioso e civile romano-italiano[7]. Questo in sintesi il magistero dell’Ottimo Padre Cicerone, col quale si è chiuso il tempo della Repubblica e si è aperto il tempo dell’Impero. Al magistero ciceroniano si sono riferite le successive generazioni dei Padri, fino al tempo attuale.

 

 

[1] Cic., Acad. Prio., 23, 73.

[2]Cicerone, Brvtvs, 205.

[3] Cicerone, Acad. Post., I, 9.

[4] Per approfondire questo tema si veda: Viola L.M.A., Per Amore del Verbo, Forlì 2017.

[5] Cicerone, De Nat. Deo., I, 4.

[6] Per approfondire si veda: Viola L.M.A., Quinto Aurelio Simmaco. Lo splendore della romanitas, Forlì 2010, pagg.39-42.

[7] Per approfondire: Ibidem, pagg.60-65.

 

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