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Sulla filosofia a Roma. I termini della critica

Coloro che assumono un’impropria posizione “purista” si pongono in maniera unilaterale nei confronti della filosofia a Roma. In tal caso vogliamo iniziare il discorso precisando alcune cose relative ai parametri che dovrebbero qualificare la natura della critica e dei critici. Dopo quanto abbiamo già espresso più sopra, prendiamo atto del fatto che esistono degli studiosi profani di grande fama a cui si riferiscono gli pseudotradizionalisti, i quali dopo aver preso l’impostazione superba propria del “critico profano” hanno l’ardire di criticare il Senato, Numa, gli Scipioni, Cicerone, Virgilio e Augusto, solo per citare alcune delle grandi personalità autorevoli fatte oggetto di “accuse”. Ma chi sono esattamente questi “critici”, qual è il loro reale stato? Hanno essi una rigorosa formazione operativa, o anche solo dottrinale di tipo filosofico? È chiaro che, per dare un basilare fondamento alla critica, e per rendersi conto se quanto viene elaborato dal giudizio di tali persone sulla filosofia è corretto, è necessario avere una formazione filosofica tradizionale adeguata. Il “critico” è in grado di accertare se quanto afferma è solo opinione o vera scienza? È in grado di dimostrare come si possa addivenire ad un risultato veritiero nella ricerca della scienza? È possibile che il “critico” elabori un vero “metodo scientifico”, se non è adeguatamente formato in filosofia tradizionale? È chiara la differenza che esiste fra un ragionamento sofistico e un ragionamento scientifico? Se è chiara, si è in grado di dimostrarla? Ora non vorremmo trovarci di fronte alle solite esuberanti, quanto tracotanti, manifestazioni di soggetti le cui azioni hanno un carattere solamente dilettantistico. Spesso giovani e meno giovani spregiudicati trattano le cose solo superficialmente, come avviene molto spesso su Facebook o in ambienti analoghi a quello di un’osteria, cose assai deprecabili vista l’enorme l’importanza delle cose in questione.

Occorre fare poi alcune precisazioni sulla natura dei “critici” e sulla misura della loro azione. Qual è lo stato reale del “critico”, qual è la sua condotta di vita? Quale attività svolge, che impiego ha? Tutte queste cose non sono affatto indifferenti, al contrario sono molto importanti per definire la natura della fonte da cui proviene una determinata critica. Molto spesso la qualità dei “critici” traspare già dalla loro figura corporea, tipica del crasso dotto, pingue, con ventre lasso, calvo, con occhiali, ecc., segni precisi di una certa condotta di vita e di un determinato stato interiore. Il “critico” va poi valutato nella sua formazione, ha avuto una formazione religiosa tradizionale, oppure ha svolto solo gli studi universitari profani, oppure neanche quelli? Quale formazione è realmente presente in loro, se ne hanno una? Questi “critici” che tipo di accesso hanno avuto alle diverse scritture religiose e filosofiche? Attraverso quale “metodo scientifico” rigoroso si sono formati le loro opinioni? Come possono essi stabilire la verità riferendosi a personalità profane, che trattano le questioni religiose in modo profano? Se non si possiede una posizione religiosa romana tradizionale, come può essere realmente compresa la romanità stando al di fuori di essa e in una presunta posizione “neutra” e “oggettiva” nei suoi confronti?

Dopo queste precisazioni bisogna definire ancora due cose fondamentali le quali, quando si parla di critica in generale, devono essere rispettate. Innanzitutto la critica deve essere “scientificamente corretta”, altrimenti si rischia di produrre giudizi anche penalmente rilevanti. Ma è altrettanto importante che la critica sia “moralmente adeguata”, perché si potrebbe dire, ad esempio: “Da che pulpito viene la predica?” Come si permette il tale, nel suo stato empio, vizioso e profano, di criticare queste autorità religiose, virtuose e sante? Come crede, anche il semplice religioso, di poter criticare dal suo stato i maestri della religione e le personalità esemplari dei Padri? Chi è costui per osare tanto, fino ad esporsi in azioni temerarie inescusabili? In questi casi manca del tutto il senso della misura, ma, una volta presa una certa china, ci si produce in una serie di critiche su chiunque, presumendo di avere una capacità di critica reale, e un’autorevolezza di giudizio effettiva, tanto da potersi permettere di giudicare anche l’operato di Senatori, Pontefici e Imperatori, i quali, in molti casi, disponevano di una natura divina attualizzata. Chi può permettersi di criticare l’operato di un soggetto divino o di un’autorità esemplare?

Qualche critico temerario si è applicato anche alla critica di Virgilio e del suo operato, esprimendo cose abominevoli sul Sommo Vate, su cui non c’è bisogno di soffermarsi più di tanto, essendo molto evidenti le aberrazioni. Ma chi si accompagna ai temerari, quanto superbi, studiosi profani, può fare questo e altro, il peggio che si possa immaginare. Osservando come stanno le cose si deve rilevare che proprio a causa dell’incompetenza filosofica molti rimangono vittime del pregiudizio antifilosofico, essi presentano una certa inadeguatezza nel riuscire a comprendere molte cose, a partire dalla mancanza della conoscenza delle procedure che consentono di giungere alla conoscenza e alla comprensione. Questi “critici” sono in grado di definire esattamente cosa sia la filosofia? Sono poi in grado di definire le procedure che, anche nella tradizione romana, venivano adottate per accedere alla conoscenza trascendente, prima di accogliere la nuova prassi filosofica funzionale all’acquisizione della scienza divina?

A.R.Q.

Estratto da Saturnia Regna n. 66, “Le illusioni dello pseudotradizionalismo romano. Precisazioni e rettifiche”

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