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Sulla idealizzazione della “Roma prisca” e le relative conseguenze

Seguendo un certo orientamento si ritiene che la purezza della vera romanità si trovi solo nel periodo delle origini monarchiche e, tuttalpiù, nella Prima Repubblica, perciò chi voglia riferirsi all’autentica romanità, per avere una visione non contaminata o alterata della stessa, una visione “assolutamente pura”, prima che essa perdesse la sua “forma incorrotta”, dovrebbe prendere come modello la “Roma Prisca”, nella quale la prassi religiosa si svolgeva secondo la più pura forma romana, scevra da influssi e modificazioni subentrati nello sviluppo storico della civiltà romana. La collocazione astratta nella “Roma prisca” può costituire una precisa posizione metodologica, un’impostazione per compiere studi o valutazioni astratte, che possono avere una certa validità se svolti in modo rigorosamente tradizionale. Ma quando da questa collocazione astratta ed ideale si deve passare alla situazione concreta, specialmente all’attualizzazione della romanità nella vita di oggi, le cose cambiano radicalmente. Nessuno che abbia qualche qualificazione adeguata può pensare di scavalcare duemilacinquecento anni di storia, come se niente fosse avvenuto.

Secondo alcuni, un po’ tutto quello che è avvenuto a Roma, dopo un certo periodo “prisco”, va considerato come una “deviazione” o un’alterazione, dall’accoglienza della filosofia a quella dei culti misterici e orientali in particolare, ed altre cose minori. Costoro non considerano però diverse cose, ad esempio l’attività primaria di Roma, nella sua funzione civilizzatrice universale assoluta, è sempre stata volta ad integrare le forme religiose che l’avevano preceduta, ordinandole al suo mandato di Pace Integrale. L’accoglienza delle religioni, dei misteri e delle filosofie di origine non romana, all’interno dell’ambito religioso romano, subordinando ogni ente al mos maiorvm e romanizzandolo, è stata un’opera perfettamente compatibile con la funzione sintetizzatrice, unificatrice e conciliatrice di Roma, una funzione che ha espresso il suo Genio e il suo fine pacificatore trascendente supremo in tutto l’Orbe. Nel compiere questa opera Roma non si è mai veramente alterata, come sono disposti a riconoscere anche molteplici studiosi profani, Roma ha sempre conservato, rigorosamente, la sua identità essenziale, pur nell’apparente trasformazione di alcune sue forme religiose e civili che è avvenuta nel tempo, per cui Roma ha sempre prestato fede al suo ufficio universale di Impero Universale Assoluto e non ha mai realmente deviato da esso. È chiaro che, quando l’accoglienza di elementi “non romani” ha rischiato di alterare la struttura religiosa e civile romana fondamentale, facendola deviare dal suo scopo, è stato necessario rettificare l’azione che si stava svolgendo, ma le autorità romane più “complete” non si sono mai chiuse nel particolarismo esclusivo, né si sono opposte ad elementi che, una volta accolti, hanno poi rigorosamente romanizzato.

Un altro elemento che non viene considerato è l’adattamento che una tradizione religiosa deve compiere nel tempo, per venire incontro al progressivo degrado degli uomini e delle istituzioni civili e sociali a cui essi sono collegati. Per cui l’articolazione di “possibilità inferiori” di partecipazione alla Provvidenza Divina Romana, e alla Salute Pubblica instaurata dal Divino Impero Romano, doveva necessariamente avvenire, e la situazione esemplare della Roma prisca non poteva essere conservata, nella sua interezza e per tutti, nel corso dei secoli, perciò quanto è stato rielaborato nel tempo dall’élite religiosa dei Padri e dei Pontefici deve essere considerato come il modo migliore di dare continuità alla tradizione religiosa originale nei singoli periodi storici, senza alterare il nucleo essenziale della romanitas custodito negli ambienti “esoterici” dell’Urbe.

Se si rimane ancora nel piano di queste distinzioni astratte, bisogna innanzitutto stabilire che cosa si deve intendere per “romanità prisca”, o per “pura romanità”, come dicono alcuni, come se nei periodi successivi a quello ritenuto “puro” ci fosse stata una romanità “impura”, “deviata” o “alterata”. In ogni caso è quanto meno limitato riferirsi alla formalità temporale dell’esplicazione di un paradigma divino eterno, dunque parlare di “periodi temporali” della romanità è, in genere, metodologicamente errato. Se si vuole astrarre qualcosa di veramente “puro”, incorrotto ed esemplare, bisogna rifarsi esclusivamente ai principi eterni dell’identità romana, che hanno una validità permanente nella perennità, in modo indipendente dal loro inveramento in un dato periodo storico. Se in un dato tempo, i principi e le forme esemplari della romanità si sono inverate nella dimensione dell’Urbe e del Popolo, occorre definire rigorosamente quanto è successo e stabilire che, storicamente, quel tempo è stato caratterizzato dall’attuazione della romanità esemplare, o classica. Se si procede in questo modo si potrà trattare di una “Roma prisca” esemplare, definita in tutti i caratteri formali, poi si dovrà trattare anche dello statuto dei “romani prischi” e della loro esemplarità divina, individuando in essi le figure di riferimento dei Maiores. I Padri, o i cittadini originari esemplari, avevano una dignitas sovraumana, essi disponevano almeno di una qualità animica virilis o sancta, ma sicuramente diversi di essi avevano lo statuto di divi. Una volta posti rigorosamente questi termini, se possibile, sta bene tenere la Roma prisca come “riferimento ideale”, ma poi vengono a porsi diversi problemi. Questa operazione vale solo per studi comparativi astratti, o ha anche lo scopo di fondare un’opera di riattualizzazione? Nel secondo caso, in che stato sono oggi coloro che si pongono tale obbiettivo? Sono per caso tesi, con tutto loro stessi, a realizzare lo stato ideale dei Padri romani prischi nella loro vita quotidiana? Se stanno compiendo quest’azione, cosa che non sembra dalle manifestazioni della loro condotta, possono dimostrare la regolarità di tutto ciò che stanno facendo? Non è per caso che stanno compiendo qualche azione temeraria o superba, dissimulata in qualche maniera?

Occorre considerare che il ricordo della Roma prisca, e della sua dimensione divina esemplare, si era già molto affievolito alla fine della Repubblica, di romani che conservavano il priscvs mos vi era già allora un’estrema penuria, da quel tempo ogni riferimento alla “romanità prisca” divenne estremamente elitario. Il modello divino dei Padri Maggiori era già stato riadattato almeno un paio di volte, mediandolo nella virilitas romana della Prima Repubblica, fino alla prima guerra punica, e poi nella hvmanitas romana della Seconda Repubblica, in particolare dopo la fine delle guerre puniche. È stato Cicerone a ridefinire in maniera magistrale il modo di approcciare la via romana e il mos maiorvm, a partire dalla cultura di una hvmanitas virile, egli definì una precisa procedura filosofico-religiosa capace di portare, nei suoi gradi superiori di sviluppo, fino alla riattualizzazione dello stato divino dei Maggiori prischi. Purtroppo coloro che si rifanno astrattamente, e non operativamente, alla “romanità prisca”, non compiono azioni che tengano in conto gli adattamenti avvenuti nei primi sette secoli della storia romana e, ancor più, nei quattro secoli dell’Impero. A questo punto si possono dire diverse cose, che potranno poi essere utili anche più avanti, quando tratteremo dell’accoglienza e della pratica della filosofia a Roma.

Noi possiamo dire che è esistita una romanità prisca, nella quale sussisteva una visione della Realtà, del Divino, del Mondo e dell’uomo, che aveva un carattere prefilosofico e premitico. Questa visione era propria a uomini dallo statuto divino, la cui mens, la cui intellezione della Realtà Divina, trascendente ed immanente ad un tempo, era immediata e diretta, per cui la loro pratica religiosa aveva un carattere “iniziatico-teurgico”, che oggi è praticamente inaffrontabile per la grandissima parte degli uomini. I Padri prischi che disponevano di questo statuto non avevano alcuna necessità di “filosofare” o fare “mitologia”, perché si trovavano in uno stato “spirituale” superiore, ed avevano un rapporto immediato e irriflesso con la Realtà Divina, per cui coglievano in modo essenziale le cose fenomeniche, in loro l’esperienza numenica del Iovis omnia plena era ordinaria e comune. In seguito questa situazione si è progressivamente degradata, nell’animo romano originario è venuta a dispiegarsi, con una crescente importanza, l’anima riflessa e, con essa, l’operazione psichica razionale, con la discorsività concettualizzante inerente. Per cui si è resa necessaria, come in tutta l’umanità del VI sec. a.C., di Oriente e di Occidente, l’elaborazione della “filosofia” e, con essa, della “mitologia-teologia” filosofica, la quale dapprima ha avuto un carattere puramente simbolico, poi si è sviluppata anche in senso dialettico-dimostrativo. Questo tipo di sviluppo filosofico si è configurato a Roma solo al principio della Repubblica, per poi dispiegarsi interamente fino alla fine della Repubblica, distinguendosi in tre passaggi precisi, corrispondenti a tre modalità catabasiche dell’anima romana. Il primo passaggio è stato segnato dall’accoglienza originaria del pitagorismo, quando l’anima romana era ancora assai prossima alla dimensione della pura intellezione del Divino. In un secondo passaggio è avvenuta l’accoglienza dello Stoicismo, quando l’anima romana si è stabilita in una dimensione più connessa alla volitività virile, infine un ultimo passaggio ha visto l’accoglienza dell’epicureismo, quando molte anime romane sono discese nella dimensione della sensibilità carnale e del piacere corporeo. A queste tre fasi “filosofiche” si possono associare anche tre fasi relative all’accoglienza di “culti stranieri”, con il relativo accesso a diverse forme e gradi di misteri.

Dopo questa articolazione lo sviluppo temporale della civiltà romana è entrato in una fase che possiamo definire prevalentemente “postfilosofica” e “postmitologica”, la quale, grossomodo, si dispiega, per quanto riguarda le sue modalità più esteriori, nel periodo imperiale. In questo periodo la disciplina della romanitas venne progressivamente ridotta alla sola prassi esteriore della filologia e della storia, e dunque alla disciplina letteraria e grammaticale di tipo più exoterico. Tenendo in considerazione che questa suddivisione è sommaria e schematica, bisogna dire che nelle diverse fasi la dimensione superiore della romanità prisca si è conservata parzialmente, sia nel periodo “filosofico”, sia nel periodo “filologico”. Nel periodo in cui si è sviluppata la dimensione filosofica della romanità, la dimensione prefilosofica è rimasta presente in un numero ristretto di personalità dell’élite dei Padri, nel periodo imperiale la romanità prisca, prefilosofica e prefilologica, e la stessa romanità filosofica, sono state conservate specialmente dall’ordine senatoriale, in particolare da alcuni Padri esemplari, mentre la romanità filologica è stata assunta da un ampio numero di persone. La distinzione di questi “livelli di romanità” trova una corrispondenza coi gradi di accesso al senso delle scritture religiose romane definiti da Varrone, gradi a cui corrispondono anche precise dimensioni dell’essere romano. Noi possiamo parlare anche di stadi di una disciplina che, attraverso l’ascesi filologica, filosofica e poi ieratica, può consentire di riattualizzare, in coloro che presentano un preciso genio e qualificazioni opportune, i diversi stati dell’essere romano, fino a quello divino dei Padri Maggiori prischi, e, allo stesso tempo, permette di risalire anche i diversi periodi “storici” simbolici, fino a ricollocare l’animo nella dimensione prefilosofica delle origini auree romane e saturnie.

Se esuliamo dalla dimensione dell’astrazione, che è propria dell’erudito pseudotradizionalista applicato alla disciplina romanistica, dobbiamo dire anche altro. Nella romanità prisca la pratica fedele del mos maiorvm era esemplare, poi durante la Repubblica la fedeltà al mos si è via via affievolita, specialmente a causa del degrado degli uomini, tanto che alla fine del periodo repubblicano la deviazione dal priscvs mos era molto diffusa. Oggi vi è qualcuno che vuole parlare ad un pubblico generico, indifferenziato e dequalificato, della “pratica attuale del mos maiorvm”. Ma che possibilità reali vi sono oggi di praticare il mos maiorvm, ovvero una condotta religiosa esemplare definita da uomini divini o semidivini? La grandissima maggioranza dei degradatissimi uomini attuali sarebbe già molto se si formasse una corretta opinione di che cosa siano la romanità, la via religiosa romana, il mos maiorvm, ecc., opinione che, anch’essa, è particolarmente difficile da acquisire oggi, specialmente se si perde tempo a scambiare opinioni profane su Facebook o a studiare libri pubblicati da studiosi profani.

L’uomo attuale è talmente lontano dalla possibilità di praticare qualsiasi religione, non solo quella romana, che sarebbe già molto per lui arrivare a conseguire la “conversione religiosa”, una realizzazione che negli ambienti pseudotradizionalisti non viene nemmeno considerata. Qualcuno crede che sia possibile immettere gli uomini attuali alla “religione” eludendo il processo “convertivo”, ovvero senza integrarli nel modo dovuto nello “Spirito Divino Romano”, ovvero anche nell’azione immanente dell’Intelletto di Dio. Purtroppo, in mancanza di questa necessaria integrazione, tutto rimane astrazione, solo un suggestivo richiamo ideale o emozionale agli Dei, ai Padri, alla Patria, alla terra e al sangue, senza un reale adeguamento sacrale efficace a queste “cose divine”. La conversione religiosa basilare è la condizione indispensabile affinché l’animo si costituisca come pivs, se non vi è un intero mutamento dell’orientamento di tutte le facoltà dell’anima verso la Provvidenza Divina, così come della condotta di vita in senso religioso, non è possibile applicarsi alla disciplina delle virtù fondamentali e alla regolare pratica cultuale. Ogni atto rituale esige una precisa purità animica, ma se non si possiede neanche la virtù della frvgalitas non può darsi nemmeno un animo minimamente puro. Che dire poi della soggezione al labor materiale? Questa condotta prettamente servile è incompatibile con la regolare applicazione alla via romana dei Padri, la quale è per “uomini liberi”, capaci di vera, e non astratta, fedeltà al mos e di ascesa nei suoi diversi gradi di realizzazione. Si vuole poi parlare della condotta sessuale? Delle virtù della castitas e della pvdicitia? E del modo di trattare il denaro o il possesso dei mezzi di vita e dunque della virtù della liberalitas?

Se passiamo dall’esame dello stato dell’animo e della condotta, a quello della figura corporea di coloro i quali vogliono richiamarsi alla “purità della romanità prisca”, e alla pratica del mos maiorvm, dovremmo trovare in loro una corrispondenza al modello fisico del carattere metafisico del romano esemplare, ma noi possiamo notare facilmente come le diverse personalità siano, anche nel loro corpo, la negazione della figura del romano prisco. Nella forma corporea esteriore sono evidenti la lassità, la diffusa pinguedine, il ventre prominente, cose abominevoli per un romano autentico, in quanto sono segni precisi di una certa qualità dell’animo e della condotta. In questi soggetti vi sono delle contraddizioni enormi, le quali sono tanto più evidenti in coloro che vivono nella romanità astratta, erudita e professorale, una dimensione lontanissima dalla realtà effettiva di Roma, così come dalla situazione storica presente. Un altro elemento molto evidente risulta essere il grossolano conflitto che in questi “cultori” della Roma prisca esiste fra quello che pensano e quello che realmente sono e fanno, conflitto molto diffuso nell’ambiente dello pseudotradizionalismo romano.

Alla fine dei tempi succedono le cose più singolari, ci sono soggetti che predicano la fedeltà al mos maiorvm, e invitano a riferirsi alla “romanità prisca”, che passano molto del loro tempo su Facebook, sui social network e su Internet, magari attraverso questi mezzi si impegnano in una massiccia volgarizzazione del mos maiorvm, con lo scopo di renderlo praticabile al maggior numero di persone. La democratizzazione della religione romana, in generale, e del mos maiorvm in particolare, è incompatibile con la loro natura, che ha un carattere elitario, patrizio o nobile, e solo eccezionalmente plebeo. Gli stessi soggetti si prodigano poi in un attivismo “politico” e “identitario” esteriore e profano, che non ha nulla a che fare con l’azione politica tradizionale romana, costituendone, per molti tratti, la parodia. Diversi pseudotradizionalisti svolgono queste attività nel “tempo libero”, dopo aver svolto il loro lavoretto profano, spesso di natura ignobile e sordida, servendo docilmente la società atea attuale. Questa è una condotta indegna per un romano che porti regolarmente questo nome, ma il rigore e la coerenza non sono di casa in certi ambienti, sono molto più gradevoli invece le diverse manifestazioni del neospiritualismo romaneggiante di tipo “emotional”, che scadono ormai, sempre più spesso, in manifestazioni grottesche. Chi conosce bene queste condotte, e gli ambienti nei quali si sviluppano, non può fare a meno di notare che anche molti giovani, apparsi alla ribalta negli ultimi nove, dieci anni, avvicinandosi a certi enti hanno assunto purtroppo certi comportamenti.

Oggi, nel caos generale, è possibile vedere di tutto. La religione tradizionale viene scimmiottata e riprodotta in modo caricaturale con grande leggerezza, ma non tutti possono sfuggire a questa aberrazione. Perciò si troveranno giovani, gli ultimi arrivati nel baraccone dello pseudotradizionalismo, che vorrebbero insegnare ad altri come si vive oggi secondo il mos maiorvm. Questi giovani si presentano però spesso con capelli lunghi e incolti, con tatuaggi sul corpo, inoltre vestono spesso con jeans, pantaloni stracciati e giubbotti di pelle, e non esitano a dichiarare il loro comportamento alcolista e tossicodipendente, inoltre seguono la “musica” hard rock o metal e ostentano questa loro condotta “esemplare” o “prisca” su Facebook con un linguaggio volgare e persino scurrile. Questo tipo di condotta interessa anche diversi soggetti “femminili”. Questi giovani, spesso molto insolenti e ultratracotanti, ingiuriano quella o quell’altra autorità religiosa con un linguaggio osceno, poi diffamano, creando disordine e scompiglio fra i giovani e i meno giovani. E da costoro qualcuno dovrebbe imparare come si vive oggi secondo il mos maiorvm? Questi soggetti sono evidentemente privi di ogni modestia, non hanno il minimo senso della misura, né il minimo senso delle cose e della realtà, ogni loro atto avviene secondo temerarietà, in funzione della riproduzione parodistica dell’effettiva e regolare assunzione del mos maiorvm. Queste condotte sono purtroppo influenzate anche dall’evolismo di fondo presente negli ambienti dello pseudotradizionalismo. Molti di questi soggetti non hanno nemmeno le condizioni elementari per pronunciare il nome di Roma, tantomeno possono riferirsi concretamente alla romanità prisca, e alla purità sovraumana che ad essa si deve attribuire.

 

                 Il termine priscvs riunisce il significato di primvs, ovvero di ciò che antecede ogni cosa, sia in senso ontologico che cronologico, e il significato di prior, di ciò che nei confronti di ogni cosa ha una precedenza originaria per valore, importanza e ordine funzionale. Prisco è ciò che antecede ogni ente in una sequenza logica, ontologica e temporale, per il suo statuto, la sua levatura e la sua importanza funzionale immodificabile.

 

A.R.Q.

Estratto da Saturnia Regna n. 66, “Le illusioni dello pseudotradizionalismo romano. Precisazioni e rettifiche”

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