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Sulla superstizione del “rito”

Un’altra conseguenza derivata da una posizione anacronistica astratta dalla situazione storica effettiva, come quella per cui si elegge la “Roma prisca” quale modello di romanità e criterio di verità di ogni valutazione degli sviluppi storici della civiltà romana, ed anche come riferimento per la riattualizzazione della religione romana nel tempo attuale, si configura nella superstizione del “rito”. Secondo i sostenitori della “pura romanità prisca”, tutto a Roma, specie alle origini, era rito, e al di fuori del rito non vi era religione romana. Prima di eleggere il rito formale quale unico modo dell’azione religiosa romana, occorrerebbe fare un’accurata trattazione della teologia del rito, dell’antropologia del rito, della psicologia del rito, ecc. Ma, in mancanza di un’adeguata formazione filosofica e, specialmente, in mancanza di una solida conoscenza della giurisprudenza tradizionale romana, mancanza quest’ultima inaccettabile per chiunque voglia trattare con competenza della prassi sacrale romana, queste trattazioni non potranno essere svolte adeguatamente. Perciò le varie posizioni relative alla “pratica religiosa” si limitano a promuovere un astratto, quanto ristretto, formalismo ritualistico, e dunque un’assunzione molto esteriore della religione, una posizione che esclude quasi completamente dalla pratica religiosa del soggetto la sua formazione, la sua strutturazione interna come religioso e pio, le dinamiche interiori della sua condotta religiosa, ecc. La religione del “fare” esteriore che si vuole promuovere non si è mai vista a Roma, risulta essere solo una fantasia prodotta da certi studiosi profani, e da coloro che li seguono, i quali non hanno ancora ben inteso quale sia la vera natura della disciplina religiosa romana. Chi sostiene a spada tratta il ritualismo romano non tratta mai in modo adeguato della formazione dello statvs religiosvs et pivs di cui il soggetto che compie il rito deve disporre, affinché ogni sua condotta sia religiosamente valida ed efficace. Non si può insistere sulla sola trattazione dell’esecuzione esteriore e formale del rito, né si può rimanere fermi nell’erronea concezione ex opere operato della ritualità romana, perché in mancanza delle appropriate condizioni dell’officiante ogni rito è sterile ed inefficace, per quanto possano essere rispettati tutti i particolari esteriori e pratici della sua esecuzione. Ma i ritualisti non trattano mai adeguatamente della differenza che sussiste fra un’esecuzione del rito ex opere operato e un’esecuzione ex opere operantis, tanto che vi è da chiedersi se ne abbiamo qualche conoscenza.

I “riti” che vengono svolti negli ambienti dello pseudotradizionalismo, nonostante le emozioni irrazionali che li accompagnano, emozioni che i loro praticanti ostentano spesso, sono chiaramente invalidi, per molti motivi. Questi “riti” sono spesso anche “inventati”, vengono “codificati” da chi non ha alcuna vera autorità religiosa per costituire “riti nuovi”. Vi è qualche ingenuo che pensa che sia sufficiente ricostruire “filologicamente” i riti antichi servendosi di documenti o scritti risalenti all’antichità, per poi eseguire formalmente ed esteriormente le procedure rituali ivi descritte. Se si crede che basti appropriarsi di un vecchio libro di riti di magia, e pronunciare poi abracadabra per diventare “maghi” e far sì che tutto magicamente si realizzi, allora si può anche prendere un testo romano che contenga dei “riti religiosi” per improvvisarsi “pii romani”, costituendo per “magia” la Pax Deorvm Hominvmqve. Purtroppo, si deve dirlo per tanti illusi, le cose stanno ben diversamente.

I ritualisti non precisano mai che cosa intendano esattamente per “rito”, se con questa parola si riferiscono esclusivamente ad alcuni particolari atti dell’azione religiosa complessiva dell’uomo, e in tal caso la loro visione del rito sarebbe estremamente riduttiva, o se si riferiscono anche ad altro. In senso generale, il termine rito deriva dalla parola latina ritvs, la cui radice rt o rd, si trova anche in parole come rectvs, ordo, nella greca rythmos, nella sancrita rta. Nella radice rt si trova l’idea di uno scorrimento, di un succedersi, r, che rimane però adeso ad un asse verticale, I, che è fissato in alto, t, dunque nella radice appare che un certo moto diveniente si svolge secondo una stabilità assiale radicata in un elemento superiore. In senso generale rt è radice che indica “l’azione conforme all’essere”, o conformata all’essere, è l’atto ordinato dall’Intelletto Divino, verticale e celeste, che immane in tutte le cose. Nello specifico, ritvs è ogni azione ordinata che sia conforme alla Giustizia Divina, ovvero che ponga in atto il ivs, il quale costituisce la presenza immanente dell’asse operativo dell’Intelletto Divino, e dunque esprime la Sapienza Divina, eterna e trascendente, nella quale sussiste la Misura Divina di ogni cosa, il fas, nell’esistenza. In virtù della sua natura il ritvs ha dunque una funzione teofanica, perciò attraverso il rito viene attualizzata la Pax Devm nella persona, nei suoi atti e negli elementi coinvolti da essi. Se il rito viene inteso nella sua completezza, la prospettiva sulla pratica religiosa cambia in maniera rigorosa, in quanto occorre considerare rituale tutto il complesso delle azioni che la persona religiosa deve svolgere per assolvere al completamento dell’opera immanente della Sapienza Divina, la quale rende presente il regno divino con il suo ordine nel mondo. Perciò dal concepimento alla gravidanza, dall’allevamento all’educazione, all’istruzione, dal mangiare al vestire, all’igiene, dal camminare al parlare, dalla moralità alla lettura, allo studio, alla meditazione, ai vari uffici personali, sociali, civili, ecc., tutto deve essere svolto in modo rituale. Ma l’uomo, per potere svolgere la corretta condotta rituale, deve essere veramente religiosvs et pivs e, specialmente, deve presentare una precisa sanctitas nei suoi mores. Queste sono le condizioni indispensabili affinché ogni azione divenga effettivamente un rito religiosamente valido, agito dalla trascendenza nell’immanenza, altrimenti, in mancanza di queste condizioni, ogni atto dell’uomo si riduce allo svolgimento formale di “ritualità” private della loro ragione essenziale di essere e dell’efficacia teofanica e “giustificante” che devono avere.

Si deve poi tener conto del fatto che l’empio non può, in alcun modo, accostarsi, neanche formalmente, agli Dei, è la sua empietà che lo allontana e lo distoglie da ogni possibile relazione operativa funzionale col Divino. Ma, per realizzare uno stato d’animo effettivamente e permanentemente pio, è richiesta una prolungata formazione, della quale i ritualisti non trattano pressoché mai. La pietas è ivstitia adversvm Deos, è dunque un preciso aspetto della virtù della ivstitia, la quale deve essere presente in colui che compie il rito in modo regolare. Se la virtù della pietas manca, il rito è assolutamente invalido, inoltre l’empio che si accosta a “riti” formali produce effetti contrari a quelli che dovrebbe, ma i ritualisti non trattano di queste rigorose distinzioni in modo chiaro. Ci si deve chiedere, per quale motivo a Roma i riti venivano svolti solo da determinate persone, formate e qualificate attentamente da un personale capace di costituire persone religiose, e avente la funzione di controllare tutto ciò che i religiosi officianti svolgevano? La virtù della pietas non può essere acquisita da un momento all’altro, ma sui social network i ritualisti volgarizzano i “riti religiosi romani” e affermano che tutti possono praticarli subito, basta che rispettino una certa formalità esteriore e presunte “purificazioni”. L’accesso religioso e temerario alla religione viene oggi fomentato con ogni mezzo, ognuno, a suo piacimento, può porre in atto “un culto”, può “praticare” un “rito”, anche se non sussistono le condizioni basilari necessarie, l’importante è credersi o stimarsi “pii” e così legittimarsi a compiere tutte le cose più irregolari.

Si deve fare presente che coloro i quali presumono di ridurre tutta la religione a certi “riti”, formalisticamente intesi e svolti solo in alcuni momenti, circoscrivono la mentalità romana alla sola prassi ritualistica, ma il rito è esclusivamente negotivm, perciò andrebbe considerato adeguatamente anche l’otivm, il quale, rispetto al negotivm, è primario nella disciplina religiosa, in effetti l’otivm è ciò che fonda l’esercizio corretto del negotivm. L’otivm ha a che fare strettamente con la disciplina conoscitiva e, in modo preciso, con la prassi sapienziale romana, astratta da qualsiasi rito esteriore e dunque anche dalla pratica regolare formale della religione ordinaria, sia essa pubblica o privata. Su questo punto è maestro Virgilio, il quale ha ben mostrato quale sia la natura della pratica interiore dell’otivm romanvm, e come esso debba precedere e sovrastare, in ogni momento, il negotivm, il fare, e dunque qualsiasi attività rituale formale. La contemplazione deve sempre precedere l’azione e deve fondarla, altrimenti si sovverte l’ordine della prassi religiosa romana e si produce un’aberrazione empia.

Quando si riduce la religione al solo rito formale particolare, svolto solo in certi momenti molto limitati, si presenta una condotta che non rispetta appieno e oggettivamente le leggi della Giustizia Divina, la quale deve essere tradotta “ritualmente” in ogni atto interiore ed esteriore dell’intera vita dell’uomo. Invece pressoché tutti i ritualisti riduzionisti risolvono il loro essere “pio” nella pratica di qualche “rito”, mentre il resto della loro esistenza è pressoché abbandonato all’ingiustizia e all’accordo con la società atea contemporanea. Purtroppo le più evidenti anomalie emergono quando si deve passare da un discorso astratto, che molti sanno fare, all’applicazione pratica e regolare della condotta rituale dell’intera esistenza, cosa che pochissimi fanno.

Coloro che riducono tutto al rito formale si trovano facilmente in contraddizione, in quanto nella loro esistenza, come è possibile notarlo, vi è una netta frattura fra la pratica di qualche breve rito e l’agire quotidiano, in essi manca, quasi del tutto, l’osservanza dei diversi riti che regolano ogni atto della vita, così viene esclusa gran parte della religione dall’esistenza dell’uomo. Se la religione si risolvesse nei pochi minuti nei quali si svolgono presunti “riti”, che così fatti hanno un carattere veramente accidentale nel complesso dell’esistenza integrale del soggetto, la religione sarebbe ben poca cosa. Se si dovesse stare con quanto dicono certi ritualisti, che tutto nella religione è rito, loro stessi dovrebbero praticare una condotta rituale in ogni situazione della loro vita. Ma vi è qualche ritualista che pratica questa condotta regolarmente? Quale genere di coerenza sussiste in coloro che fanno una promozione unilaterale del “rito” e poi sono i primi a non svolgere una vita completamente rituale? Perché non partono da loro stessi? Tutta l’impurità accumulata dal compiere una vita profana, non sacralizzata dalla condotta rituale, come viene risolta quando il soggetto cerca di rendersi “puro” per svolgere quei pochi e sporadici “atti rituali”, che richiedono la massima pvritas? Purtroppo le concezioni religiose e rituali, astratte dalla situazione esistenziale del singolo soggetto, e dalla sua possibilità di attualizzazione di una vita rituale completa, portano al ritiro in posizioni monoideistiche prive di ogni corrispondenza con la situazione religiosa antica, ma anche con la situazione presente. Le astrazioni presentate dagli pseudotradizionalisti sono così lontane dalla situazione attuale che, quando si tratta di mostrare come si svolge la pratica della “religione romana” nel tempo presente, si rilevano forzature e suggestioni improprie di vario genere. Non sono certo sufficienti i richiami astratti alla “Roma prisca” scollegati da tutto lo sviluppo plurimillenario della tradizione, in quanto, in tal modo, la riattualizzazione presenta diversi elementi assai problematici. Se ogni atto non è fondato correttamente su una prassi giuridico-religioso precisa e vincolante, si rischia di scadere in fantasiosi e sentimentali richiami a Roma e alla tradizione, che sempre più spesso sconfinano nel neospiritualismo romaneggiante e dunque in una deviazione completa rispetto alla corretta prassi religiosa romana.

Nel corso dei successivi approfondimenti avremo modo di chiarire e di rettificare appropriamente la posizione unilaterale che i ritualisti assumono quando trattano di “riattualizzazione” della “tradizione romana”, specialmente quando essi presumono di fondare le loro posizioni sulle opinioni degli studiosi profani, tra i quali si trova, ad esempio, Scheid, che ha trattato della religione romana in un modo assai parziale e non conforme alla tradizione.

                 Un caso particolare è quello di Scheid J., Quando fare è credere, Bari-Roma 2011, la cui visione della prassi romana è persino capovolta, presentando una disciplina in cui il fare ha la priorità sull’essere.

 

A.R.Q.

Estratto da Saturnia Regna n. 66, “Le illusioni dello pseudotradizionalismo romano. Precisazioni e rettifiche”

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