Un altro elemento a cui gli pseudotradizionalisti si rivolgono è il mos maiorvm, al quale cercano di inviare quanti si rivolgono a loro. Questo invito un tempo non veniva fatto, ora crediamo che questa azione non sia indipendente dal fatto che questa rivista, e l’istituzione che la pubblica, rimandano alla fedeltà rigorosa ai Padri e al mos da diversi decenni. Negli pseudotradizionalisti il richiamo ai Padri, ai Maiores e al mos, presenta concretamente una certa incoerenza. Gli pseudotradizionalisti possono mostrare qualche personalità vivente che abbia realizzato oggi, almeno in modo basilare, l’insieme del mos? O, più semplicemente, possono mostrare qualche persona vivente che pratichi regolarmente il mos e sia tesa a praticarlo in tutti gli aspetti della sua vita? Basta porre una certa attenzione sulle cose elementari per dimostrare che non vi è una pratica reale del mos in certi promotori del mos. Ad esempio se il soggetto non pratica neanche la virtvs della frvgalitas, che è, secondo i Padri, per la condotta morale, fvndamentvm omnivm virtvtvm, come sarà possibile che lo stesso soggetto pratichi tutto il resto delle virtvtes? È logicamente e operativamente impossibile. Si ripete lo stesso problema che abbiamo riscontrato per la pietas, è facile rilevare che negli ambienti pseudotradizionalisti la pratica della frvgalitas è assolutamente trascurata, anzi in essi vige un preciso abbandono alla golosità e all’intemperanza nell’assunzione di alimenti e bevande, e a tutto ciò che inerisce alla viziosità elementare della gola, la quale invece deve essere affrontata prima di ogni altra nell’ascesa nella scala virtvtis. Coloro che invitano alla pratica del mos maiorvm, che vita fanno interiormente ed esteriormente? Se non sono rigorosamente coerenti col mos, risultano falsi ed ipocriti, e dunque ciò che fanno è riprovevole. Si vuole promuovere la fedeltà al mos maiorvm ma, per primi, non si è fedeli ad esso? La pratica fedele del mos maiorvm, in quanto misura divina dell’azione, occorre ricordarlo, era già elitaria duemila anni fa. Il mos maiorvm riunisce l’insieme delle azioni esemplari compiute dai Maggiori, ovvero da uomini divini e semidivini dotati di Maiestas. In principio il mos era riservato solo a soggetti patrizi, poi sono stati ammessi alla “pratica” anche i plebei, che avevano avviato l’ascesi per compiere una precisa dignificazione virile, col fine di raggiungere uno stato d’animo e civile differenziato, ovvero nobilis. Successivamente il mos è stato assunto e custodito dagli optimates, infine è divenuto retaggio dell’Ordo Senatvs nel periodo imperiale. Le plebi, intese in senso generale, non tenevano una precisa pratica del mos maiorvm, solo quando i plebei si avviarono sulla via della nobilitas entrarono effettivamente nella dimensione propria della pratica e dell’osservanza del mos. Qual è la situazione oggi? L’uomo attuale è estremamente degradato, presenta una qualità ben peggiore rispetto alla sola plebe romana indifferenziata, per cui, affinché esso possa acquisire la minima possibilità di avvicinarsi al mos, per adeguarsi ad esso, occorre considerare diverse cose. Innanzitutto un genio natale ben definito, avente determinate qualità intrinseche, le quali poi devono essere attualizzate attraverso una cultura romana integrale rigorosa. La pratica del mos non può essere oggetto di tendenze astratte, di discorsi esteriori, di letture profane, di opinioni umane espresse sui social network, di slanci sentimentali fantasiosi. Senza una data natura, senza un dato genio natale, e dunque senza il possesso di determinate qualità latenti, non è possibile alcuna vera pratica efficace del mos maiorvm, e, di conseguenza, non è possibile conseguire alcuna delle realizzazioni che esso permette di conseguire. Pertanto risulta assurda, quanto inutile e ingannevole, la promozione della pratica del mos alle masse indifferenziate e non qualificate. Qualche pseudotradizionalista di oggi pensa addirittura di promuovere il mos maiorvm attraverso Facebook o conferenze pubbliche, rivolgendosi a soggetti indeterminati, senza alcuna precisazione e distinzione, senza una qualsiasi selezione a priori. Si tratta della solita deleteria volgarizzazione illudente, della democratizzazione antitradizionale della condotta aristocratica romana, della profanazione intensiva delle cose sacre, si tratta di azioni empie da ogni punto di vista. Chi si dedica a queste scempiaggini non ha ben chiara la natura di ciò di cui si sta trattando, ma di questi tempi è ben più facile che accada qualcosa del genere, che qualcosa di regolare. Tutte queste operazioni si svolgono in un clima suggestivo, fortemente emotivo, a forti tinte neospiritualistiche, in tal modo si genera qualcosa di grossolanamente ingannevole e illusorio. Si dice “rivolgetevi ai Padri”, altri dicono che si “richiamano” ai Padri, si riferiscono ai Padri nella loro condotta, addirittura agli “Avi”, qualcuno si spinge a dire che compie un “culto” ai Lari e che osserva la fedeltà al proprio “sangue” e alla propria “terra”. Questo armamentario fideistico di tipo immaginario non era così ostentato fino a poco tempo fa, ma, come risulta evidente dalle parole e dagli scritti espressi, diversi hanno attinto dall’opera veicolata attraverso questa rivista e le edizioni dedicate alla pratica religiosa romana, quasi sempre senza citare le fonti. In diversi casi risultano facili le evidenze di testi e scritti prelevati quasi in toto da quelle pubblicate. Ora diversi si sono messi a “seguire” i Padri, ma secondo modalità alterate e volgarizzate, come se fosse una cosa che ognuno può fare con assoluta disinvoltura, magari nel dopolavoro. Purtroppo, oltre ad una vana sollecitazione esteriore “ad Maiora”, con svarioni semantici, linguistici e grammaticali di vario genere, le varie organizzazioni non procedono nel modo dovuto. Si pensi solo all’incompatibilità del lavorare con la pratica del mos maiorvm, in particolare con la pratica di ogni virtù. Chi si impiega in un lavoro, specialmente se modernamente inteso, quale attività finalizzata a procurare i mezzi per sopravvivere, e dunque come attività svolta per bisogno, accordandosi agli indirizzi della società atea e profana attuale, è romanamente squalificato, ad esso l’osservanza reale del mos maiorvm risulta impossibile. Bisogna comprendere quale sia la relazione che esiste fra essere libero, e disporre della libertas, e la condizione che rende possibile la pratica della virtvs civilis e del mos maiorvm, se non si comprendono questi fondamenti di pratica religiosa romana tutto risulta vano e ridicolo. Magari i “promotori” attuali del mos maiorvm lavorano, e chissà quale tipo di lavoro svolgono! Come è noto, un cittadino romano libero e, a fortiori, un religioso romano di una certa levatura, non possono svolgere un “lavoro”, specialmente un lavoro di tipo sordido e ignobile, ma oggi è molto facile ricadere in questa condizione di “lavoratore” e ritrovarsi servi del sistema empio e profano. Ma per certuni tutto ciò non conta, basta la loro superbia temeraria, l’appropriazione indebita e illegittima del sacro romano, l’arrogazione del mos maiorvm. Quando si tratta del mos maiorvm, della misura divina dell’azione religiosa romana, e della sua possibile pratica oggi, non ci si deve rivolgere a qualcuno che non sia un’autorità religiosa, o non abbia praticato il mos maiorvm per decenni e ne abbia realizzato almeno un certo livello in se stesso. Chi non rispetta certi requisiti non si rende conto di quello che sta facendo, oggi di aberranti operazioni temerarie se ne vedono tante. Che vita compiono i promotori attuali del mos maiorvm? Che tipo di stato hanno il loro animo e la loro persona? I singoli individui si sono costituiti legittimamente come romani? Come hanno fatto? Per sentimento, come fanno molti? Hanno forse svolto la formazione che permette loro di acquisire uno stato religioso romano? Oppure lo stato di un’autorità religiosa romana autentica? Se il soggetto non è un’autorità religiosa romana effettiva, non può permettersi di stabilire cosa va fatto e cosa non va fatto oggi, o come deve essere praticato il mos maiorvm, la sua non sarà che una fallace opinione individuale personale. Le condizioni basilari per svolgere una pratica regolare non vengono mai trattate nella loro radice, ci si attesta solo alle solite vacue pratiche formali esteriori, senza alcun rispetto delle condizioni giuridico-religiose opportune dell’uomo intero. Queste deviazioni purtroppo la dicono lunga sulla situazione che vige in ambito pseudotradizionalista
A.R.Q.
Estratto da Saturnia Regna n. 66, “Le illusioni dello pseudotradizionalismo romano. Precisazioni e rettifiche”
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