Il termine libertas è proprio del lessico religioso e giuridico romano e racchiude molteplici connotazioni di carattere metafisico, cultuale, giuridico e sociale. Nel senso più esteriore libertas è lo stato o la condizione propria di cui fruisce l’uomo libero, liber, il civis romanvs svi ivris. Coloro che non presentano la libertas, sono soggetti a limitazione della loro condotta, sono sottoposti ad altri che ne dirigono e sorvegliano il comportamento. La servitù del servvs presuppone una determinata mancanza giuridico-civile di libertas.
Connesso al termine libertas è il verbo redimere, che significa fondamentalmente riscattare, riavere, riacquistare, liberare da un particolare vincolo esteriore, ad esempio sociale o giuridico, ma anche da un vincolo interiore. Si adopera il verbo redimere per indicare l’atto per cui un servvs è riacquistato, ma il redimere è anche ciò per cui il servvs riacquista la libertas e diventa libertvs, ossia liberato dalla condizione di servitù. In senso lato il verbo redire implica un ritornare indietro, il riacquisire una posizione precedente, uno statuto originario, riacquistare ciò che si era perduto. La redemptio, redenzione, è, giuridicamente parlando, un acquisto sacrale, un contratto di acquisto rituale e, in senso più generale, indica l’avvenuta riacquisizione, la ricostituita statuizione della condizione originale, attraverso il riscatto, la liberazione dal vincolo che costituiva l’assoggettamento primario. È noto che il termine redemptio andò a connotare in maniera precisa uno stato religioso ed iniziatico nell’ambito misterico, prima e nella chiesa cristiana, poi.
Se esaminiamo ora la parola liber, vediamo che è composta da due parti: leib-ur, nella prima abbiamo indicazione di una specifica attività, la leib, la lisi, la soluzione, il solvere, mentre ur è radice che sta per principio igneo attivo. Leib-ur o libur/liber indica lo stato del principio igneo attivo sciolto da vincoli, limiti, impedimenti. In generale indica lo stato di un ente che ha in atto la sua essenza, il suo essere senza ostacolo, senza dipendenza, soggezione o vizio. La medesima radice leib- si trova in molteplici altri termini, come libere, dall’antico lvbere, che indica l’attualizzazione della volontà, la disposizione della volontà in atto, da cui deriva che chi è libero compie ciò che vuole, perché la sua volontà non è sottoposta ad alcun vincolo o dipendenza. Abbiamo inoltre libitvm, che indica sostanzialmente l’atto del lvbere e, dunque, ciò che si compie secondo la volontà pura, cioè ignea, compiutamente attiva, una volontà in atto misurata, non impedita, non assoggettata a comandi o impedimenti. Associati a questi termini vi sono libido, che, in senso lato, indica una tendenza a “sciogliere” un’azione in modo indefinito, è perciò desiderio, licenza, arbitrio, sfrenatezza o capriccio, è moto oscuro che scioglie la forma nell’informe. L’azione non libera è secondo libido, perché si compie in condizione di soggezione. Chi è soggetto a libido è libidinosvs, leib-id-noxivs, pertanto patisce la soluzione nell’azione che porta danno, nocumento. Chi soffre di libidine è servo di un potere nocivo, nox-vs, il potere attivo del soggetto, vs, è “coperto”, oscurato, negato, da nox, nex. La libido è una tendenza tirannica, in senso lato condizionata, licenziosa. Dunque esistono due termini differenti che indicano due modi dell’essere e del suo atto, il primo termine è liber, e connota l’ente in atto essenzialmente, senza alcuna limitazione o inibizione passionale o passiva, il secondo termine è libidinosvs, che connota l’ente soggetto ad una spinta che non viene dall’atto sciolto della sua essenza, ma una spinta eteronoma ed estranea al suo essere, perciò il libidinosvs patisce la soggezione passiva, il trascinamento, la negazione dell’attualità del suo essere.
Le distinzioni filosofiche e psicologiche successive al conio originale di questi termini, hanno portato a distinguere nel soggetto, nell’animvs, una volvntas da una volvptas, successivamente definita desiderivm o anche cvpiditas. Se la libido è collegata alla cvpiditas, la libertas è collegata alla volvntas. Se Venvs presiede a ciò che è la tendenza innata al soggetto, la quale costituisce la presenza immanente dell’Amore Divino quale tendenza al Bene, questa può trovarsi, a seconda delle condizioni dell’animo, orientata in modo positivo o negativo.
Genericamente, nei più diversi ambiti, si parla di una “libertà di” piuttosto di una “libertà da”, nella prima accezione si tratta di un riferimento alla libertà esteriore, mentre nella seconda si tratta della libertà interiore, dalla quale dipende quella esteriore, che è sempre comunque di carattere inferiore. È in questa seconda accezione che propriamente si può trattare di libertas, e non si può fare a meno di ricordare che nella religio romana la libertas interiore fonda sempre la “libertà di”. È ad uno stato interiore dell’animvs veramente libero che si riconoscono virtvs, dignitas e avctoritas, per cui nella retta civitas non vi è qualcuno che si arroghi libertà a cui non corrisponda una reale dignità, né viene assegnata la libertas civile se non sussistono le condizioni interne che rendono il soggetto “capace di libertas”.
Allo statvs del liber si contrappone lo stato del servvs. Il termine servvs è da serv-vs o sero-vs, la composizione indica ciò che annoda, limita, vincola, oscura lo -vs, l’atto ignificante, l’atto di misurare o intellegere. Servvs è l’animo non intelligente, asservito a ciò che oscura e vincola l’intelligenza, ad elementi che non consentono l’attività libera della sua essenza, che è intelletto. In particolare, per l’uomo, si può dire che egli compia atto libero quando la sua essenza è pienamente in atto, perciò quando egli ha attualizzato la perfetta attività dell’intelletto, con la conoscenza relativa, ovvero la sapientia, per la quale egli coglie immediatamente l’Essere Intellegibile stesso e ad Esso adegua tutta la sua attività, realizzando la sua beatitudine primaria.
Il processo che porta alla liberazione, alla “libertà da”, secondo diversi gradi, implica lo sviluppo della conoscenza essenziale, fino all’atto puro dell’intellezione, ma per adire a tanto occorre separare ogni atto della conoscenza dalla tendenza determinata del conoscere, che agisce secondo concupiscenza e limitazione corporale, per elevarla progressivamente alla dimensione psichica pura, laddove si costituisce la volontà determinata dalla ratio, polarizzata nei due sensi, dell’azione e dell’intellezione, del rivolgimento verso l’esterno e l’azione pratica, e del rivolgimento verso l’interno e l’attività contemplativa. Una volta posta la ragione impassibile fra la spinta verso il dispiegamento dell’esistenza nella manifestazione e la spinta verso la reintegrazione nell’Essere, nell’Uno, nel Non Manifestato, la volontà rimane ancora determinata e limitata all’individuazione, perciò l’animo dispone di un grado limitato di libertà, perché è ancora sottomesso a tutti i principi causali superiori, dai quali dipende e dai quali è limitato nel suo agire. La vera libertà dell’animo consiste nella costituzione di uno stato dell’essere immobile, non agente e indeterminato, perciò presuppone un passaggio dall’azione basata sulla volontà, alla contemplazione basata sull’intellezione, fino a che ogni atto intrinseco, interno, rivolto all’oggetto e, quindi, di fatto, dipendente da esso, si risolve in esso.
La compiuta realizzazione dell’atto finale della tendenza innata dell’ente individuale, comporta l’attualizzazione perfetta della sua essenza, e dunque la costituzione della beatitudine in senso interno e della felicità in senso esterno, perciò, nella realizzazione della libertà autentica, la beatitudine e la felicità coincidono. Giustamente Plotino afferma che solo quando l’attività intellettiva si esercita senza affanni, limitazioni e condizionamenti, lassù, nell’Iperuranio, l’essenza individuale dell’uomo è stata svincolata, redenta dall’asservimento a ciò che è mortale e infrauranio, in tal modo fruisce della beatitudine eterna, nella compiuta libertà attinente al suo stato proprio.
È questa propriamente la liberazione, la redenzione di carattere metafisico, che restaura la libertà originaria dell’animo individuale, il quale compie così il riscatto, “l’espiazione” di ciò che aveva contratto con la catabasi, con l’associazione all’esistenza corporale e con l’immersione nell’azione sensibile esteriore ed eteronoma. La libertà metafisica ottenuta è del tutto indipendente dagli eventi esteriori, dall’azione contingente, da qualsiasi cosa possa riguardare il corpo, le funzioni psichiche, il tempo o il cosmo, dato che l’essere effettivo dell’uomo coincide con l’intelletto e, nella sua universalità, con l’Intelletto Divino. Tutto ciò che interessa le circostanze, le sventure o gli apparenti ostacoli, che riguardano l’uomo carnale di “quaggiù”, il soggetto pathetikon congiunto al corpo, non riguarda l’essere essenziale dell’uomo, la sua vera identità, “l’uomo vero”, che è per natura impassibile e indipendente da qualsivoglia modificazione esteriore e temporale.
Autosufficiente (autaÈrkhv), pertanto, è l’esistenza per chi possiede una vita così; e qualora sia virtuoso, basta a se stesso per la felicità (kaËn spouda_ov +/, autaÈrkhv eiv eudaimoniÈan) e per l’acquisto del bene: non c’è infatti bene che non abbia. Neppure nelle avversità, dunque, sperimenterà diminuzione nella felicità; una tale vita permane infatti anche in quel caso. Anche se poi la morte patita da familiari e congiunti lo addolora, non è lui che si addolora, ma ciò che in lui è privo di intelletto, del quale non accoglierà le sofferenze.
L’uomo vero, l’uomo intelligibile, stabile nella virtù contemplativa immediata, è completamente svincolato dal misto psicofisico connesso al ciclo della generazione e della corruzione e da qualsiasi modificazione terrena e temporale, egli è dunque sempre in possesso della vera libertà, perciò anche della felicità perfetta. Se la libertà dipendesse dalle contingenze esteriori, così come la felicità, sarebbe praticamente impossibile ottenerle. Se poi fossero da riferire all’uomo carnale e alla sua azione, a ciò che è costituito secondo il corpo, trattare di libertà sarebbe un’assurdità, dato che, per definizione, il misto psicofisico è soggetto a molti gradi di causazione limitativa, perciò è determinato necessariamente e ininterrottamente dalla concausalità fatale. Invece l’essenza intellettuale libera è al di sopra del Fato, la sua libertà coincide con il possesso del vero essere, che si costituisce con l’autodeterminazione, e della sua natura in atto, indipendente da qualsiasi circostanza relativa alla manifestazione temporale.
Il vero uomo non coincide mai con la sua maschera, il misto psicofisico, rispetto al quale egli rimane impassibile, perciò egli non può essere coinvolto nei diversi processi e non patisce nascita e morte, perché il patire è dell’uomo psichico quando si associa al corpo, o dell’uomo carnale in ogni condizione, perché entrambi gli stati sono soggetti a limitazione, costrizione e passione. Ma il vero uomo non è mai soggetto a questi elementi, egli non nasce, non muore, non è soggetto a modificazioni, una volta che è stato riattualizzato nell’uomo psichico, quest’ultimo non può più essere soggetto al corpo, né imprigionato, ristretto o limitato ad esso. Una volta rigenerato nella mens, l’essere essenziale dell’uomo, l’uomo psichico può “conservarsi”, “salvarsi”, perciò non può, in nessun modo, essere alterato dalle modificazioni corporee. Essendo egli ricostituito nell’incorruttibilità, diventa invulnerabile e, specialmente, diviene veramente libero e felice, anche se non agisce in modo esteriore, perché l’azione esteriore è sempre condizionata dalle cose esterne al soggetto, che si collocano al di fuori del suo essere proprio.
In primo luogo, può essere felice anche chi non agisce, e non meno ma più di colui che ha agito. Le azioni (praÈzeiv), poi, non procurano il bene da se stesse, ma sono le disposizioni che rendono belle anche le azioni; ed il saggio, anche quando agisce, raccoglie il frutto del bene non perché agisce, e neppure lo raccoglie dai risultati (ek tw%n sumbainoÈntwn), bensì da quello che possiede. La salvezza della patria, infatti, potrebbe pure venire da un uomo da poco, e il piacere per la salvezza della patria verrebbe al saggio anche se a procurarla fosse stato un altro . Porre la felicità nelle azioni è porla in cose esterne alla virtù e all’anima; l’attività dell’anima consiste infatti nel pensare saggiamente e nell’agire così in se stessa. E la felicità è questa.
Dunque, il soggetto che si identifica al corpo, che fonda ogni atto nell’identità carnale, che afferma di se stesso di essere nato un giorno e di conseguenza che morirà un altro giorno, le cui operazioni psichiche dipendono dalle circostanze esteriori e dalle modificazioni corporali, non presenta alcun tipo di libertà. Questo uomo-servo è vincolato alla oikeiosis animale, ogni suo atto procede secondo passione ed è necessitato da determinismi causali che lo sovrastano, retti da Dei sovracosmici, da Dei cosmici e da demoni sublunari, della cui opera egli può essere cosciente o meno.
Immerso profondamente nel vincolo della corporeità e legato al circolo della generazione e della corruzione, l’uomo stolto non suppone nemmeno quale sia lo stato della sua radicale servitù, ma questo uomo-burattino, affetto da lethe, si immagina libero, autore dei suoi gesti, capace di decidere. Con un atto unilaterale di superbia disconosce il potere che lo sovrasta in ogni modo, le gerarchie delle intelligenze provvidenziali e fatali che dirigono ogni suo atto e si arroga, illusoriamente e temerariamente, quindi titanicamente, un potere che non ha.
Per acquisire potere l’animo dell’uomo deve raggiungere la libertà, ma raggiungere la libertà equivale a realizzare la virtù, dunque solo quando l’animo ordina tutto se stesso alla virtù riesce, per la prima volta, a determinarsi in senso libero, questo ordinamento univoco corrisponde alla completa conversione dell’animo, distolto dal sensibile e dall’azione esteriore, e rivolto all’intelligibile e all’ascenso ontologico nella libertà-virtù. Dunque senza conversione non c’è inizio della via alla libertà, né dunque liberazione. Ma la via alla libertà è irta, aspra, è la via dei viri e degli eroi non è per i pavidi che si dedicano a fantasie naturalistiche e mondane. L’ascesi olimpica di Ercole, attraverso le dodici fatiche, mostra l’itinerario alla libertà vera, attraverso il conseguimento di gradi relativi di virtù o libertà, fino all’apoteosi, nella quale l’eroe consegue le virtù esemplari e dunque la pienezza della libertà-liberazione dell’essere divino proprio dell’uomo.
L’uomo vivente, in quanto anima razionale unita al corpo, può realizzare un primo grado di liberazione della volontà, e quindi acquisire la completa capacità di autodeterminazione psichica, esclusivamente al momento in cui non sussiste più nella volontà alcun condizionamento sensibile e alcuna determinazione passionale da parte del corpo o di oggetti esteriori, e, più in generale, da parte di fini esteriori, che non siano il suo essere proprio. È questo il primo grado di virtvs, l’elevazione nella quale è soluzione dell’anima dalle limitazioni della vita mortale corruttibile. Ad ogni virtvs consegue un grado relativo di libertas.
Quando l’anima giunge alla prvdentia, alla virtù propria dell’anima ancora associata, ma non più vincolata, al corpo, fonda sulla scienza di sé e sulla scienza del bene e del male relativamente all’azione contingente. Grazie alla prvdentia, l’anima si costituisce adeguatamente in ciò che costituisce la libertà relativa propria all’uomo psichico polare, capace della prima vera libertà di determinazione. Nella prudenza l’anima prende effettivamente possesso di ciò che è in suo potere in quanto ente razionale. Prima di questo stato virtuoso l’anima era determinata da altro, in grado diverso, e non esercitava pienamente il suo potere proprio, inerente alla ratio essenziale separata dalla corporeità. Ma la prvdentia richiede l’impassibilitas, la perfezione della tranqvillitas animi, l’apatheia, solo nella quale si costituisce il primo grado effettivo di libertas dell’uomo in quanto animo congiunto al corpo, in quanto principio direttivo del misto anima-corpo. Nella prvdentia l’ego direttivo, principio dell’anima, costituisce la vera signoria virtuosa sul corpo e nella condotta della vita attiva secondo il corpo, questa virtvs è condicio sine qva non affinché si costituisca la basilare vita beata e felice.
Ogni tipo di “libertà esteriore” ha, in qualche modo, un carattere illusorio, sia essa di tipo pratico, o sociale, o politico, la libertà deve essere reale, non nominale, la libertas va attribuita al soggetto non in modo surrettizio ed inessenziale, come avviene nelle moderne società liberali fondate sul liberalismo, o negli ambienti pseudoreligiosi irregolari. La libertà assegnata in modo artificiale o la libertà che si arroga il superbo non corrispondono ad alcuna capacità di condurre in atto la vita dell’uomo, nemmeno nell’ambiente civile, sociale e pratico, tantomeno in ambito religioso. La libertas giuridica a Roma aveva sempre un fondamento religioso, rituale e morale, perciò veniva assegnata in presenza dell’effettiva capacità di disporre dei propri atti, a partire dal possesso del proprio essere razionale, perciò nel soggetto libero era presente un dato grado di virtvs accertata. L’uomo qualunque non è svi ivris, capace di diritto, in grado di esercitare atti conformi al Ivs, ma chi non è in grado di stabilire fermamente la propria ragione e la propria volontà nella Giustizia Divina, nell’ordine provvidenziale di Dio, non è veramente libero. Comandato ancora da ignoranza, superbia e vizio, l’animo non può esercitare la volontà libera e accordarla con la misura oggettiva ed eterna dell’azione, né con la forma del suo essere, né tanto meno con l’essere proprio di Dio, Principio Universale di ogni cosa. In una parola, non può essere soggetto pivs, capace di pietas, colui che non ha la capacità di attuare la misura della libertas.
Non è possibile dunque reputare libero, ad ogni livello, chi non possiede uno stato veramente virtuoso. Il soggetto limitato ai condizionamenti del corpo, del desiderio, della libido indifferenziata, dell’identità carnale, a causa dei quali è immerso nel sensvs svi, nell’ignorantia e nella svperbia, si trova in uno stato servile radicale, ogni sua affermazione in contrario è solo espressione di tracotanza. La concezione giuridico-religiosa della pietas e della religio non può essere modificata secondo la fantasia dei profani, pertanto occorre che sia rispettato rigorosamente l’ordine oggettivo della libertas, fondato sulla scienza sacra, un rispetto che certamente non può essere improvvisato, se non si dispone di una chiara conoscenza di queste cose.
Wirszubski, Ch., Libertas. Il concetto politico di libertà a Roma tra Repubblica e Impero. Bari 1957.
Plotino, Enneadi, I 4 4, 23-36.
Plotino, Enneadi, I 5 10,10-23.
L.M.A. Viola
Estratto da Essere Italiani, vol. I
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C.so Garibaldi, 120 – Forlì
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