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Regolarità tradizionale

LA REGOLA DELLA TRADIZIONE

Per il Popolo Romano-Italiano esiste una specifica religione, attraverso la sua religio il popolo rilegge continuamente la sua esistenza nella sua essenza e traduce nel suo divenire l’attività provvidenziale del suo Genio metafisico, rispettando il suo Fato, in questo modo il popolo si costituisce saldamente nella Verità Eterna e secondo l’atto esterno opera secondo la Giustizia Divina. Il popolo si attiene alla sapientia divina inerente al Principio Divino che lo ha costituito, da esso trae l’atto religiosus exemplaris originario e lo ripete con continuità e completezza in modo che, attraverso la pietas publica, l’esistenza del popolo rimanga sempre conforme al suo essere specifico e perciò sia sottratta alla contingenza e quindi sia integralmente sacralizzata.

La religione pratica pone in atto il complesso dei sacra, dei iura, degli instituta e dei mores riuniti nel mos maiorum, essa consente al popolo, e ai singoli enti che ne fanno parte, di agire sacralmente secondo giustizia, in ogni momento, così la loro essenza eterna viene attuata teofanicamente nella loro esistenza e lo scopo della loro costituzione nel mondo viene pienamente perseguito.

Il Fondatore del Popolo Romano-Italiano, il Divo Romolo, costituisce il Principio Divino di riferimento per ogni cosa nella religione civile, egli è l’Autorità Divina Suprema a cui tutto fa capo[1].

Romolo, in quanto Padre Divino Fondatore, conosceva perfettamente la natura divina suprema di Roma, e quindi anche la sua identità, la sua funzione e i modi per attuarla esemplarmente, perciò ha agito in modo perfettamente provvidenziale per il bene e la felicità di Roma e del suo popolo. Romolo è anche il principio divino di autorità al quale tutti i membri del popolo devono fare riferimento per accertare la validità del loro pensare, del loro dire, del loro agire. Questa stessa autorità è stata stabilità anche nel Senatus, il quale ha svolto la stessa funzione normativa in quanto consesso supremo dei sapienti autorevoli del popolo. Oltre a questi elementi, il Padre Romolo è anche il depositario della giustizia relativa al popolo e perciò è l’origine di ogni direttiva normativa del pensiero e dell’azione, quindi in lui risiede anche il criterio di verità assoluta, fondando sul quale è possibile evitare ogni errore e controversia relativamente alla dottrina e alla pratica della religione.

In Romolo sussiste anche l’attuazione delle virtù esemplari, che ciascun componente del popolo è tenuto a realizzare, perciò egli è il modello della perfezione della religione a cui ogni uomo religioso deve tendere. In quanto rappresentante e custode dell’identità paradigmatica del popolo romano-italiano e della sua organizzazione civile e sociale, Romolo deve essere fatto oggetto di fede indefettibile, di un culto preciso, di amore e imitazione, di dedizione univoca. Questo modello imitativo di fedeltà al Principio Divino esemplare è stato attribuito anche ai Padri Maggiori, ai Divi Parentes, i quali sono degni del medesimo culto. Possiamo comprendere quale sia l’importanza della tradizione dello stato divino del Padre Romolo nel tempo, per la vita regolare del Popolo Romano-Italiano.

Per non interrompere o alterare la sua opera provvidenziale originaria, Romolo ha consegnato attivamente il suo stato spirituale, la sua sapienza e la sua autorità ai suoi primi successori, i Patres riuniti nel Senatus originario, elevandoli al suo stato e mettendoli in grado di conservarlo e trasmetterlo a loro volta nella perpetuità. Affinché la consegna di tutto ciò che inerisce la misura divina originaria, riunita nel complesso del mos maiorum, avvenga senza defezione, è necessario rispettare una precisa regola di trasmissione, la quale, se osservata fedelmente, consente di effettuare la regolare tradizione della sapienza, dell’autorità e della potestà divine originarie, senza corruzione o degrado, così il popolo, e tutti i cittadini che ne fanno parte, possono attuare la loro funzione realizzando perfettamente il loro bene. Si può ben comprendere che la vuota trasmissione formale degli elementi della religione a soggetti che non dispongono delle qualità per porli in atto, non è che una forma alterata della tradizione.

Il Popolo Romano-Italiano ha conservato nel tempo la sua identità grazie alla fedele osservanza della tradizione, esso si è applicato al suo ufficio provvidenziale perseguendo il suo bene mediante la sua religione, la quale è stata trasmessa nel rispetto della regola della tradizione, stabilita in principio dall’Autorità Spirituale Suprema che ha dato inizio alla catena della trasmissione religiosa. L’osservanza fedele della regolare trasmissione del contenuto divino essenziale e di quello formale della tradizione, ha un’importanza assoluta per ogni uomo religioso. Egli deve mantenere incorrotta la ricezione, l’attuazione, la trasmissione degli atti rituali, giuridici e morali che sono conformi alla misura geniale del popolo romano-italiano e quindi anche della sua persona, così esso può svolgere la sua esistenza in conformità alla sua identità metafisica e può conservare anche l’autorità e la potestà che gli consentono di perseguire efficacemente e compiutamente il suo ufficio fatale di Pace Universale nel mondo. Le autorità preposte alla tutela e alla difesa della tradizione devono avere cura di tutelarne la regolarità e di ripristinarla qualora essa si sia alterata in qualche modo. Le autorità devono avere cura di immettere nella religione solo uomini qualificati, capaci di ricevere lo Spirito Divino in maniera adeguata, elevandosi ad esso secondo modalità rigorose e immutabili, consegnate fin dal principio dai Padri, perciò le autorità devono evitare di introdurre qualsiasi elemento umano e passionale nella prassi ieratica del culto, così come in tutti i vari uffici religiosi e civili.

La fedeltà rigorosa alla tradizione, e dunque l’osservanza della sua regolarità, sia nello spirito che nella forma, è un compito imprescindibile per ogni uomo pio, per cui una parte rilevante della giusta condotta religiosa riguarda la protezione della tradizione da ogni irregolarità, in modo che ogni intervento umano, o deviazione in senso modernistico, non ne alterino la natura e l’efficacia. Ogni uomo religioso, degno di questo nome, sa che il degrado della tradizione autorevole comporta un progressivo indebolimento e persino la privazione della ricezione dell’influsso dello Spirito Divino e della Gloria degli Avi. Se poi si produce l’inosservanza della tradizione e si devia dalla sua regolare attuazione, a causa della superbia temeraria, si crea nell’uomo e nel popolo un danno “ontologico” e poi un danno esistenziale, dai quali derivano pene e sofferenze senza speranza di soluzione. Una volta perduto il riferimento allAutorità Divina Suprema, viene meno anche il rivolgimento al principio di autorità per cercare legittimazione e certezza di regolarità nei diversi atti del pensiero, della parola e della condotta generale. In questo modo la tradizione viene abbandonata completamente e quindi va incontro alla sua completa scomparsa.

La regolarità della ricezione e della trasmissione del dato originario contenuto nel deposito della tradizione religiosa implica l’osservanza di una serie di elementi specifici, sia nei datori che nei riceventi. Perciò è necessario che ciascuno rispetti rigorosamente tutte le condizioni, essenziali e contingenti, che rendono possibile l’attuazione della tradizione nel tempo, in modo regolare e inalterato.

Riassumendo, nella regolarità della tradizione rientrano diversi elementi, che interessano nell’ordine: il Principio Divino Costitutivo della religione e della sua tradizione; la presenza immanente dell’Intelletto Divino nel Fondatore della religione, nel quale è riposta tutta l’originaria Sapienza Divina su cui fonda tutta la tradizione; l’Autorità che rende possibile l’attualizzazione del dato-stato del costitutore della tradizione nel ricevente immediato; il Magistero sapienziale e civile capace di presentificare nella persona, nel popolo, nell’umanità, la Pace Suprema dell’Essere Divino Integrale; la custodia-difesa della SapientiaReligio originale da ogni degrado e corruzione. A questi elementi si aggiunge la fedele osservanza della regolarità religiosa tradizionale, che prevede che il fedele abbia chiaro che l’essenza della religio ha un carattere sovraumano e sovrannaturale, perciò è puramente divina, quindi il contenuto essenziale della tradizione trascende la dimensione dell’umanità, in particolare le sue espressioni più basse e deteriori. Per accedere alla dimensione divina della tradizione occorre che il soggetto si purifichi, ossia si privi di tutti quegli elementi umani e passionali che lo estraniano dalla partecipazione al dominio sovraumano della religione, nel quale si dispiegano la Sapienza Divina e la Legge Divina, che esprimono una misura universale oggettiva, alla quale non ci si può in alcun modo adeguare se rimane nell’uomo un’alterazione soggettiva, passionale e umana. Possiamo dunque affermare che un uomo risulta regolarmente religioso quando esso rispetta, almeno in modo basilare, la regola della tradizione.

Ogni vero religioso deve possedere una conformazione allo Spirito Divino, oppure un’assimilazione ad Esso, o, persino l’integrazione in Esso. Questi caratteri, a maggior ragione, devono essere presenti in un’autorità religiosa, anche in quella più elementare, la quale, per essere tale, deve avere “separato” il suo animo da ogni contingenza rendendolo “sacro” o sanctus, perciò, in virtù di questo stato effettivo, dispone in un certo grado dell’auges, come ogni vero auctor, quindi può effettivamente comunicare e trasmettere l’influsso divino che attualizza e rende efficaci i riti e le opere religiose che l’autorità pone in atto. Senza l’auctoritas non è possibile disporre dell’auges, dunque la pratica religiosa non può essere “vivificata”, né la tradizione, perciò la potenza divina “pacificante” e “sanante” non può essere resa immanente nel soggetto, nella sua opera e negli istituti costituiti. Un’autorità religiosa effettiva è in grado di riconoscere, controllare, attestare, legittimare e trasmettere, oltreché conservare, la tradizione nel tempo, in modo che sia adeguatamente attuata dai chi la riceve fino a rendere possibile l’acquisizione dell’autorità nei religiosi che operano rettamente per attuarla.

Secondo la regola religiosa tradizionale romana, l’uomo è ammesso all’esercizio attivo della religione, e dunque anche all’osservanza regolare della tradizione, solo quando acquisisce uno stato virile e perciò quando è in possesso di una determinata virtus riconosciuta da un’autorità certa, come ad esempio il Pater Familias. Per cui non è possibile porre un soggetto incapace, non qualificato e inadatto, a svolgere una funzione e un’opera che non sono adeguate al suo statuto. Se l’animo non presenta un adeguato sviluppo, e perciò non è “maturo” per la religione, egli non è in grado di affrontare nel modo dovuto la pietas religiosa, se l’animo è acerbo, debole, impuro e passionale, e viene deputato all’esercizio di una funzione religiosa, la corrompe e la altera, con varie conseguenze negative. Il rispetto delle condizioni di immissione alla pratica religiosa e civile attiva è stato osservato nella tradizione, se questa prassi non viene seguita regolarmente la tradizione subisce un degrado e una progressiva degenerazione. Il religioso deve evitare ogni irregolarità, non deve deviare dall’osservanza della tradizione, tutto ciò che non rispetta la regolare attuazione della religione non deve essere accolto e giustificato come un elemento “normale”, perché ciò produce un’alterazione dannosa.

Occorre ripeterlo, la religione ha un’origine, una natura e uno statuto di carattere divino, così come la sua tradizione, perciò la sua conservazione e la sua attuazione esigono uno stato preciso. Gli approcci romaneggianti attuali sono caratterizzati da slanci emotivi, fantasiosi e irrazionali, oppure da riferimenti agli studi e agli studiosi profani o alle indicazioni del “tradizionalismo”, tutti questi elementi sono irregolari ed estranei alla tradizione divina. L’animo veramente religioso non è soggetto a stati irrazionali e passionali, non è sottomesso alle contingenze, egli è in grado di osservare oggettivamente il Diritto Divino, il Diritto Sacro, il Diritto Civile, il Diritto Privato, e così via. Oggi, per fare accedere alla “religione”anche coloro che non sono pronti, si danno indicazioni operative che pervertono il rispetto del diritto sacro e civile.

L’uomo che non presenta neanche lo stato religioso elementare non può accostarsi attivamente agli Dei e non può praticare regolarmente la religio. Il soggetto temerario, oggi molto diffuso, scambia spesso la sua licenza per una erronea “libertà di culto”, così orientato deturpa le cose religiose a cui si approssima.

Oggi esistono approcci del tutto esteriori e inadeguati alla religione, diversi pensano che basti un’erudizione esteriore, magari prodotta leggendo opere di “studiosi” profani, per divenire “religiosi”, ma la formazione libresca, e tante altre cose esteriori, non avvicinano l’animo alla religione, nemmeno allo stato religioso elementare, perciò, per questa via, esso non raggiunge neanche la più elementare regolarità.

In questa sede non trattiamo di tutti gli elementi inerenti la regolarità tradizionale, i quali devono essere rispettati nei diversi domini della religio e della traditio, per la costituzione dello status di religiosus, di  pater familias, di magistratus, di sacerdos, di senator, al fine di svolgere le opere pubbliche e private nel modo migliore possibile.

All’approfondimento di queste cose sono dedicati diversi documenti prodotti dall’organizzazione e le attività fondamentali che si svolgono nell’Associazione Romània Quirites.

Nel secondo dopoguerra, e specialmente negli ultimi cinquanta anni, si è sviluppata una tendenza volta al recupero e alla riattualizzazione della tradizione religiosa romano-italiana, fino a rendere possibile una certa sua pratica nel tempo attuale. A parte alcune limitate azioni meritevoli, la maggior parte di coloro che si impegnano per la “rinascita” romana non si preoccupano in modo sufficiente del rispetto della regolarità tradizionale, e perciò neanche dell’adeguata osservanza del mos maiorum. Le istituzioni religiose romano-italiane tradizionali, regolari e legittime, osservano con rigore la fede religiosa opportuna, ma gli enti irregolari presentano diversi difetti nell’osservanza della regola della tradizione.

I vari orientamenti romaneggianti non hanno mai definito in modo completo l’identità metafisica romana, anche coloro che trattano dell’essenza di Roma o della romanità non sono mai dovutamente precisi. In mancanza di questa chiara conoscenza non è possibile definire i termini e le misure precise della religio e della traditio romana, per cui non si può sviluppare adeguatamente neanche la fides romana regolare, né rispettare la regola della tradizione[2].

Parallelamente a queste mancanze non è mai definito un’iter culturale, morale e religioso, che formi in modo regolare l’uomo pio, la prassi formativa scolastica che dà forma all’animo religioso romano-italiano, almeno nella sua condizione elementare, quella per la quale esso può partecipare regolarmente alla tradizione religiosa, osservando la fede nella regola della tradizione e praticando nella misura appropriata la condotta religiosa trasmessa dai Maggiori. In mancanza della rigorosa costituzione di questi elementi tutto è lasciato all’arbitrio e alla licenza di individui temerari e spregiudicati.

Occorre però tenere presente che la costituzione degli elementi fondamentali della prassi religiosa regolare richiede delle qualificazioni elevate e particolari, in molti casi eccezionali oggigiorno. Quanto si tratta di compiere ha un carattere “aristocratico” ed “elitario”, perciò non può essere svolto da chiunque sulla base di slanci volgarizzanti inopportuni. Proprio per la natura dell’opera descritta, molte persone, pur essendosi applicate in buona fede e con sincera motivazione al recupero della tradizione religiosa romana, non sono riuscite ad attuare quanto si prefiggevano nel modo dovuto, nel rispetto della regolarità, nei casi migliori hanno raggiunto solo risultati parziali e spuri. Negli ultimi anni coloro che si sono impegnati nel “ricostruzionismo” esteriore hanno commesso molte irregolarità, gli approcci selvatici, temerari e violenti, si sono moltiplicati, così si è generata una situazione caotica, un marasma di enti ed iniziative nel quale è sempre più difficile orientarsi. In mancanza di un rigoroso riferimento al criterio di verità e della definizione della regolarità della tradizione, molti vengono disorientati e finiscono per indirizzarsi verso vie comode e allettanti, ma completamente errate e non aventi nulla a che fare con la religione tradizionale.

La Società Religiosa generale, e in particolare l’A.R.Q., sono state costituite dopo un lungo tempo di osservanza, esperienza e preparazione dedicati alla rigorosa ridefinizione della regolarità religiosa tradizionale romano-italiana, recuperando le basi per l’azione conforme alla tradizione divina autorevole. Solo fondando su una chiara conoscenza della regolarità tradizionale stabilita dai Padri è possibile evitare di incorrere nelle diverse irregolarità, che purtroppo oggi vengono sempre più diffuse attraverso le iniziative più diverse, le quali spesso hanno solo un carattere tradizionalista, o, peggio, propriamente neospiritualista. Con l’impegno di un sempre maggiore approfondimento della regolarità tradizionale romano-italiana e della sua osservanza, l’Associazione Romània Quirites, fin dalle sue attività più esteriori mette in condizione il soggetto di avere una chiara nozione di che cosa sia la regolarità tradizionale e di come, al di fuori di essa, non possa darsi niente di corretto. Le suggestive quanto emozionanti operazioni ricostruzionistiche fantasiose, non sono che invenzioni umane estranee al dominio religioso romano-italiano effettivo.

L’A.R.Q. opera proprio per preparare in modo adeguato, ovvero in modo conforme alla tradizione e nel rispetto della sua regolarità, tutti coloro che vorranno essere religiosi corretti, integrati col loro animo e la loro vita nella vera dimensione religiosa, che è sacra e divina. Per acquisire uno statuto religioso opportuno occorre eliminare ogni superbia al fine di costituire la prima modestia e dunque anche la prima fides, questi risultati richiedono un’ascesi e una conversione che molti non sono più in grado di affrontare, ma, specialmente, non vogliono ricercare. Purtroppo solo un animo religioso può ricevere correttamente il magistero autorevole dei Padri, e l’auges che da questo promana, solo rinunciando ad ogni affermazione superba di sé l’animo può integrarsi, almeno al livello elementare, nello Spirito Divino trascendente, e perciò anche nella disposizione della Provvidenza Divina, alla quale deve dare ogni obbedienza, senza alcuna temerarietà.

L’educazione alla regolarità religiosa tradizionale è un elemento precipuo dell’opera dell’istituzione associativa, coloro i quali si formano, anche solo a livello introduttivo nella religione, dovranno acquisire in maniera sufficiente una cognizione della regola della tradizione, per non rimanere ingannati da varie illusioni, restando al di fuori della tradizione e della religione, pur credendo di farvi parte.

[1] Virgilio, Eneide, 276-277.

[2] Purtroppo vengono ancora oggi diffuse delle rozze versioni storpiate sulla natura della condotta religiosa dell’uomo romano-italiano tradizionale. A partire dalle solite grossolane incomprensioni della religione cristiana della fede, e anche dalla ignoranza di ciò che i Padri hanno sempre affermato, viene detto che “… la tradizione romana non impone una fede, non richiede di recitare un credo, non presenta un insieme di comandamenti da seguire sotto la minaccia della dannazione eterna. Non presenta una contrapposizione tra … corpo e spirito”. Ma queste affermazioni sono false, lo sa chiunque abbia una preparazione religiosa romano-italiana elementare, ma in certi enti “tradizionalisti” le storture e gli aggiustamenti profani della “religione” la fanno da padrone.

AUTORITÀ, MAESTRI E LIGNAGGI

La trattazione della definizione della regolarità tradizionale comporta almeno un cenno alla questione del rapporto che esiste fra autorità, lo stato di maestro e l’appartenenza a precise linee o a lignaggi nella tradizione religiosa.

Il termine magister nella tradizione romano-italiana assume diversi significati ed impieghi, ma, sostanzialmente, individua colui che è principio e capo, guida e dominatore, direttore sovrano di un dato ente, di una data arte, di una data disciplina, ecc. Ecco alcune definizioni canoniche: “Magisterare moderari. Unde magistri non solum doctores artium, sed etiam pagorum, societatum, vicorum, collegiorum, equitum dicuntur, quia omnes hi magis ceteris possunt; inde et magistratus, qui per imperia potentiores sunt …”[1]; “Cui praecipua cura rerum incumbit et qui magis quam ceteri diligentiam et sollicitudinem rebus quibus praesunt debent, hi magistri appellantur”[2].

In questi passaggi il magister è indicato come colui che presenta una precisa disposizione magis, mag-is, ovvero dispone attivamente del mag-, un elemento che si trova anche nel termine mag-nus, il quale definisce “ciò che è di più”, “il migliore”, “il massimo”, ma anche “la pienezza del potere”, della forza capace di far avvenire e la pienezza dell’attualità di un ente. Mag è anche la potenza di ciò che risulta essere il più grande, il più completo, il più realizzato, ecc.. Il termine magister è adoperato anche col significato di “moderatore”, per cui è magister chi dispone della forza per dare misura all’atto, ai suoi atti, il magister può essere perciò governatore, dirigente politico, prefetto, capo delle arti, dei collegi, dei villaggi, dei pagi, dei militi a cavallo, ecc. Ma il magister è anche maestro di precetti, maestro di dottrina, maestro di scienza, maestro di arte, maestro di mestiere, ma persino pastore, dirigente di greggi, timoniere, dirigente di nave, ecc. In tutti i casi, è maestro chi eccelle in una data attività, chi possiede la maestria, la piena capacità, la piena abilità, la piena eccellenza in qualche dominio.

Se si considera il termine magister in modo particolare, può essere diviso in mag-is-ter, una scomposizione nella quale troviamo il significato di ciò che è tre volte grande, di colui che possiede il mag nel triplice dominio del corpo, dell’anima e dell’intelletto, o del triplice mondo, materiale, psichico e spirituale. Perciò il magister, in senso eminente, ha a che fare con la principialità, con la qualità del potere maggiore, un potere superiore a quello di tutti o di tutto. Perciò il magister non può essere che il principio, la guida, il direttore, il capo, il sovraintendente, il curatore, il comandante, il modello, l’esempio sommo, ne deriva che l’esercizio del magisterium indica sempre una funzione direttiva principale, di controllo, di comando, di istruzione, di insegnamento. Il magistratus, che svolge una forma di magisterium civile, presenta un grado di potentia effettiva, a seconda dell’imperium che possiede, risulta essere il massimo magistrato quando possiede l’imperium maximum. Ogni magister deve possedere una potentia effettiva, acquisita con la dignificazione ontologica che gli conferisce una certa potestas, ad esso non deve mancare nessun elemento della formazione dovuta, egli deve aver acquisito la piena disposizione di una data scienza, di una data arte, del controllo di un dato gruppo, di una data funzione, altrimenti non può adeguatamente essere definito magister, in quanto non possiede il pieno controllo del potere, dell’esercizio, della materia su cui deve esercitare il magistero, perché non possiede ancora la formazione completa che gli consente di dirigere con potestas e potentia i diversi elementi a lui subordinati.

Nell’ambito delle funzioni religiose deve essere definito magister colui il quale presenta il possesso adeguato di auctoritas, perciò è dotato di adeguata conoscenza e di adeguata potenza operativa nell’esercizio della religio. Secondo i Padri il Magister religioso per eccellenza è Dio, poi è magister il sapiens divinus che possiede un’auctoritas divina, vi sono poi diversi gradi di magistero relativi ai diversi gradi di disposizione della conoscenza religiosa e dell’auctoritas, fino al livello più elementare del magistero, esercitato dall’autorità che possiede la completezza della recta opinio secondo la retta e ferma fides. Il magister elementare deve almeno aver realizzato la virtù fondamentale della fortia, con la quale egli si è stabilito senza difetto nell’osservanza del mos maiorum, secondo il suo modo fondamentale, per il suo stato virtuoso reale egli è capace di trasmettere la religione a coloro che sono qualificati per riceverla. L’uomo religioso romano-italiano incontra diverse forme del magistero religioso, così come diversi gradi dello stesso nella sua vita. Il primo vero maestro di religione e tradizione, che incarna in prima istanza il mos maiorum, e perciò anche la sapienza divina, è il suo Pater, nel quale deve risiedere l’auctoritas almeno in forma elementare, grazie alla quale egli svolge la prima funzione di magister nei confronti del filius, attraverso quelle modalità del magisterium che sono tipiche della religio romana, fissate dall’Ottimo Padre Cicerone nel De Senectute, descrivendo il rapporto del Senex con il iuvenis, del Pater con il filius, del Magister con il discipulus. Il pver è chiamato a svolgere una formazione scolastica nella quale incontra un magister al momento della formazione nelle litterae, della formazione nella grammatica, della formazione oratoria e in quella giurisprudenziale. In questo ultimo caso il giovane stabilisce un vero proprio rapporto intimo col magister iurisprudens, che lo prende in carico e gli consente di svolgere, secondo un modo proprio di pratica, la discenza nella disciplina sapienziale romana fondamentale, la iurisprudentia. Attraverso il tirocinium fori il giovane è avviato alla carriera civile, perciò può elevarsi di grado in grado fino alla più alta dignitas, conseguendo anch’egli a sua volta lo stato di magister. Il giovane trova un magister anche quando viene arruolato nell’exercitus, che gli consente di svolgere il tirocinium militare, inoltre il giovane può trovare un magister nell’educazione filosofica e nella formazione religiosa superiore, specie se deve accedere ai collegi sacerdotali.

In senso lato lo status di magister religiosus, inteso nella sua completezza, è fondamentalmente connesso alla senectus, alla condizione di senex, nella quale dovrebbe essere presente la prudentia e il complesso delle virtutes civiles romanae. Il senex ha compiuto il proprio officium secondo iustitia, egli è qualificato per esercitare il magisterium nei confronti dei giovani e dei discenti che egli può accogliere, discenti che però devono costituire la recta deditio al senex-magister, nel rispetto regolare della tradizione, senza sovvertire l’ordine della trasmissione della sapienza e dunque anche il rapporto Magister-discipulus o Pater-filius[3].

Nel corso dei secoli di sviluppo della tradizione, la figura del Pater-Magister si è articolata e complessificata. Passando dagli esempi forniti da Catone, Cicerone, così come da Macrobio, si notano approfondimenti del magistero relativi all’acquisizione della conoscenza astratta, teoretica e contemplativa, che devono consentire di dirigere coloro che sono sottoposti ad un cursus realizzativo che permetta di acquisire la sapientia maiorum, secondo determinate modalità spirituali, fino a realizzarne l’intimo spirito. La prassi ascensiva nella sapientia, definita dall’elaborazione del magistero dei Padri, è divenuta esemplare nei secoli.

In ogni caso, la figura del “maestro spirituale” nella tradizione religiosa romana, pur non essendo univoca, è comunque una figura ben precisa, definita dalla tradizione e consolidata nel tempo. Nel Maestro devono sussistere virtù che rendono effettiva l’autorità della sua funzione, queste virtù gli consentono di svolgere l’esercizio potestativo del magistero religioso per cui egli immette e dirige nella vita religiosa i discenti che si ordinano alla sua funzione. Con la modificazione delle forme della trasmissione della religione e del contenuto sapienziale e operativo della tradizione, avvenuta fra il IV e il VI secolo d.C., si sono configurate due figure del “maestro religioso romano”: quella propria del Pater tradizionale e quella del vero e proprio Magister della scuola religiosa, che presiede ad un’istituzione nella quale l’uomo si forma nella cultura religiosa romana classica; questa ultima figura si è conservata nei secoli, in diverso modo, fino al tempo attuale. Nel Medioevo si sono differenziate diverse linee scolastiche tradizionali, alle quali hanno presieduto diverse personalità magistrali, con diversi gradi di autorità e regolarità, da esse si sono sviluppati diversi livelli di lignaggio della tradizione. Passando dal Medioevo al Rinascimento, la scolastica classica romana, e il magistero che ad essa presiede, sono stati recuperati pressoché completamente, ridefinendo anche le linee della tradizione, ricongiungendo la prassi speculativa con la prassi operativa realizzativa vivente. Nel periodo risorgimentale, fino al tempo attuale, alcune personalità hanno svolto un magistero romano di tipo scolastico in maniera più o meno adeguata, purtroppo, da circa due secoli, la scolastica romana regolare è degradata nella scuola profana nella quale il modernismo costituisce la base di ogni sua procedura. Con il delinearsi della “scienza dellantichità” e della “filologia moderna”, l’autorità e l’esercizio del magistero religioso regolare romano sono praticamente scomparsi, perciò la custodia della tradizione regolare, con il relativo magistero e la guida nella cultura religiosa classica dell’uomo, sono andati incontro a defezioni e difficolta crescenti. A fronte di questo grande degrado è stata avviata da oltre quaranta anni la costituzione dell’organizzazione religiosa generale da cui è sorta l’A.R.Q., grazie all’opera delle istituzioni è avvenuto il restauro della scolastica religiosa romano-italiana operativa, a partire dal ripristino del magistero autorevole regolare.

Oggi coloro che aspirano alla pratica religiosa si pongono domande relative alla qualità, alla natura e alla regolarità del magistero che si svolge nell’ambito delle istituzioni religiose ora presenti. Alcuni si chiedono anche se vi siano delle linee di ascendenza o dei lignaggi precisi, e quale sia la qualità, il valore e l’affidabilità dei maestri attuali, considerando tutte queste cose. Nell’ambito della tradizione religiosa romana non si può propriamente parlare di “lignaggi” o di “linee spirituali di appartenenza”, né di linee di ascendenza dei maestri autorevoli, tali concetti, propriamente presenti, non hanno il significato che hanno in altri contesti religiosi tradizionali.

Nel dominio religioso romano-italiano è meglio parlare di “stirpe”, di discendenza da una determinata stirpe, della conservazione più o meno completa della Gloria degli Avi o della dignità relativa del Pater-Magister rispetto ai suoi eventuali ascendenti. Allo stesso tempo si può trattare del degrado della qualità della stirpe o, se si vuole, della “linea generazionale”, che è ad un tempo metafisica, spirituale, e fisica. In tal caso va detto che, già alla fine della Repubblica, i “lignaggi” delle stirpi patrizie erano ampiamente degradati, erano però presenti i “lignaggi” delle stirpi nobili costituite dall’ascendenza della plebe, mentre alla fine dell’Impero erano presenti “lignaggi” derivati dalle Genti senatorie, dalla nobilitas senatoriale che si era formata per l’ascesa dell’uomo nuovo nel cursus honorum, un cursus che consentiva di trovare una precisa collocazione nella classe che costituiva l’ordine sociale superiore nel periodo tardo antico. Nel corso dei secoli anche i “lignaggi” delle Gentes tardo antiche si sono variamente modificati, tanto che, nel tempo attuale, non esistono soggetti che presentano una regolarità completa di “stirpe” e “lignaggio”, ciò vale anche per gli appartenenti alla sola tradizione scolastica e non a quella gentilizia.

A causa di queste condizioni è possibile parlare di coloro che hanno svolto la prassi che riattualizza il Genio di una data stirpe, che ridignifica un dato lignaggio, oggi, come del resto già alla fine della Repubblica, è necessario riqualificare l’uomo romano-italiano in senso ascendente, recuperando ciò che si è prodotto in senso discendente, egli deve tornare ad essere portatore attivo di un certo nomen, di un certo honos, di una certa stirps e dunque di un preciso “lignaggio” gentilizio o nobile. [4]

Allo stesso modo si può trattare, solo nel senso sopra indicato, del grado di maestria e dell’ascendenza dei maestri da cui un dato soggetto procede. Le figure che svolgono attualmente il magistero nel campo della religione e della cultura romano-italiana, possono far parte di un “lignaggio” da cui discendono o possono aver acquisito il magistero attraverso un’applicazione alla pratica che dignifica l’animo e gli consente l’attuazione di una precisa dignitas e della relativa auctoritas.

Si può dire che esiste lo stato di magister quando il soggetto ha raggiunto almeno il grado elementare di auctoritas che gli consente di esercitare il magisterium. Il magister ricostituito può divenire il principio di una nuova linea della tradizione puramente scolastica, oppure il soggetto può giungere a costituirsi come Pater Gentis, perciò, in tal caso, diviene anche il principio di una precisa stirpe religiosa, dalla quale si costituisce la gente relativa, nella quale la stirpe si dispiega. Lo stato di maestro e il grado di magistero devono essere acquisiti attraverso la disciplina religiosa regolare, che consente di accedere ad una dignitas precisa, alla quale corrisponde anche un nomen attivo effettivo.

Lo stato reale di magister può essere accertato facendo ricorso ai criteri definiti dalla dottrina tradizionale relativa, in ogni caso il magister deve esercitare in modo evidente precise virtù, inoltre deve svolgere opere religiose e civili, pubbliche e private, di diverso genere, in rigoroso accordo con la tradizione rituale, legale e morale.

Purtroppo oggi, in generale, in tutte le tradizioni religiose ci si trova di fronte ad irregolarità del “lignaggio”, tanto che è possibile incontrare personalità che vantano un’eccellenza dal punto di vista del “lignaggio formale”, ma presentano una grande irregolarità dal punto di vista del “lignaggio reale”, ovvero della sapienza e dell’autorità effettive che dovrebbero possedere, come la stessa tradizione richiederebbe. Molti esponenti religiosi che hanno un “lignaggio regolare” sono spesso guadagnati allo spirito antitradizionale, allo stesso tempo vi sono personalità che non vantano una precisa ascendenza, né un lignaggio preciso, tuttavia sono conformi all’essenza della loro tradizione, e rivelano la loro sapienza e la loro autorità in vari modi adeguati. Così come si conserva un lignaggio civile formale, anche se svuotato della sua reale dignità, come nel caso di nobili decaduti, re, principi, duchi, ecc., lo stesso accade per il lignaggio religioso, il quale è stato svuotato della sua reale natura nel caso di diversi “maestri spirituali” o “guide religiose” contemporanee, rimanendo del loro lignaggio solo il nome. Oggi occorre fare molte sottili distinzioni, relative a ciò che appare e a ciò che si trova realmente in un “maestro” o in una “autorità religiosa”.

Nell’ambito della religione romano-italiana, già alla fine della Repubblica, si facevano precise distinzioni fra il patricius, il nobilis e l’homo novus, fra coloro che conservavano solo formalmente un lignaggio, pur avendo addirittura un’ascendenza divina, e coloro che apparivano “comparsi dal nulla”, ma, attraverso una precisa dignificazione, avevano acquisito uno status effettivo superiore a quello di coloro che conservavano solamente la discendenza formale. Questo fenomeno interessa l’umanità intera da almeno duemila anni.

Come si potrà capire, quanto esposto si collega con il tema della continuità ininterrotta della trasmissione della sapientia maiorum e dell’auctoritas che inerisce al possesso di tale sapientia. Si tratta di una questione assai complessa, le cui dinamiche e le cui interpretazioni possono essere dedotte da quanto anticipato. È possibile affermare che vi è stata una trasmissione senza soluzione di continuità, anche nelle sue modalità formali esteriori, ma la qualità della tradizione si è diversificata nei secoli e nelle personalità, così come nei diversi enti, nelle scuole e nelle organizzazioni che sono state praticanti e trasmettitrici. Se la tradizione si fosse completamente interrotta, sia secondo la sua modalità essenziale, sia secondo la sua modalità formale, ora non potremmo nemmeno parlarne, in ogni caso occorre affrontare correttamente un tema così importante e complesso. Bisogna considerare che, fino a quando la tradizione non è completamente estinta, essa è suscettibile di essere restaurata, rivivificata e riattualizzata, completamente o in parte, a seconda delle disposizioni provvidenziali che possono concentrarsi in determinate personalità e nella loro opera, consentendo ad esse di rimanifestare i diversi livelli della tradizione e le diverse possibilità attuative ad essi inerenti. Nei casi migliori, vorremmo dire perfetti, si dà la possibilità di restaurare la tradizione, alla quale in qualche modo si ha avuto accesso, in qualsiasi stato essa si trovi, fino al suo stato originale compiuto, ma, data la situazione dei tempi, questa possibilità può essere solo il frutto di un’elezione divina eccezionale specifica, che non va tenuta in conto come possibilità “ordinaria”.

In ogni caso, ciò che è stato conservato dalla tradizione consente di praticare l’ascesi per accedere alla sapientia e all’auctoritas regolari e perciò rende possibile acquisire anche lo status di magister. Nella tradizione autorevole che si è conservata sono presenti i criteri e i segni che permettono di individuare chiaramente chi possiede effettivamente un’auctoritas religiosa derivata da una sapientia precisa, o da un determinato grado di scientia o recta opinio, perciò ogni soggetto che conosce questi criteri può individuare la vera natura di coloro che si presentano come magistri romani. Anche se esercitano il magistero nell’ambito gentilizio, nel quale essi assumono lo status di Pater, questi magistri devono possedere precisi requisiti e caratteri, devono tenere una condotta impeccabile e svolgere precise opere, in modo conforme a quanto la tradizione magistralmente ha consegnato. Anche oggi un vero magister compie sicuramente una vita totalmente dedicata alla religione, una vita santa, rigorosamente conforme al mos maiorum, con una moralità ineccepibile, sciolta completamente dalla vita profana e dall’impiego nell’impuro “lavoro”. Il magister dirige funzioni religiose, presiede a comunità religiose, insegna in istituti religiosi, ecc. Una serie di precisi elementi consentono di conoscere la realtà vivente di autentiche autorità religiose romano-italiane, che ancora oggi possono essere incontrate.

La Societas Religiosa Romano-Italiana e l’Associazione Romània Quirites sono enti che hanno una costituzione originaria, la loro fondazione è dovuta ad una ricostituita autorità di carattere originario, perciò è improprio cercare le ascendenze e i lignaggi diretti di chi presiede magistralmente alle istituzioni. Nel seno di questi enti è stato ripristinato l’iter costituente la dignitas magistrale tradizionale e coloro che vogliono afferire ad essa possono svolgere la disciplina regolare che consente di acquisire la dovuta autorità religiosa. La A.R.Q. rimane fedele all’autorità religiosa dei Padri e nelle sue attività mette subito di fronte alle irregolarità che tante figure oggi presentano, le quali svolgono una funzione “magistrale” senza possedere i requisiti tradizionali per farlo. L’autorità regolare presenta correttamente le sue qualità, la sua regolarità e la possibilità di accoglienza degli uomini nella discenza religiosa con modestia, evidenziando i caratteri dell’identità, della funzione esercitata e dell’opera sua propria.

Tutti i partecipanti alla formazione devono conoscere tutti quegli elementi che garantiscono la costituzione della retta fede e del retto rapporto fra il discente e il magister autorevole della tradizione.

[1] Pavl, 113 L.

[2] Pavl. Dig. 50, 16, 57, pr.

[3] Cicerone, De Republica, I, 67.

[4] Viola L.M.A., Essere Italiani, Vol. I, Forlì 2015, cap. XIII.