L’opera dell’A.R.Q.è particolarmente necessaria nel tempo attuale e la sua importanza diviene sempre più evidente man mano che la degenerazione degli uomini e l’ateismo si accentuano. La conoscenza della tradizione divina, e l’esperienza consolidata nei decenni, dicono che oggi l’animo deve innanzitutto comprendere che cosa sia la religione e cosa significhi essere religioso, la comprensione di queste cose è ormai perduta, perciò, oltre a non essere più religioso, l’uomo attuale manca anche della cognizione esatta di che cosa sia questo statuto. L’attività benefica fondamentale dell’Associazione restituisce l’uomo al suo stato normale, sano, integro, buono, cioè lo stato religioso. Perciò l’A.R.Q. non accoglie in sé nessun indirizzo profano, né elementi modernistici, né dà indicazioni di compromessi di sorta con queste cose, perché sa che sono tutte cose negative, ingiuste e malsane per l’uomo. Colui che affronta la formazione religiosa preliminare nella A.R.Q. deve essere perciò determinato ad acquisire una visione religiosa tradizionale compiuta, solo dalla quale scaturisce un’univoca volontà di essere religioso, la quale è indispensabile per applicarsi con efficacia alla costituzione di sé come religioso effettivo, capace di condurre una vita religiosa.
La formazione nell’A.R.Q. non ha nulla a che vedere con ciò che si svolge negli istituti profani di “formazione”, perciò il soggetto non affronta corsi di studi profani con modalità profane, né segue aggiornamenti integrativi o i master postlaurea, perciò non arricchisce il curriculum di “studi” profani, perché proprio ogni profanità, così come il soggetto profano, devono essere completamente risolti.
La formazione religiosa regolare non accresce la mole quantitativa delle informazioni che si possono acquisire su questa o quella cosa, persino sulla religione romano-italiana, attraverso l’erudizione esteriore, ma, al contrario, mette in condizione l’allievo di cessare ogni sua morbosa propensione vanagloriosa all’erudizione esteriore, astratta e libresca, assunta in modo superbo, curioso e gratificatorio. Questo modo perverso di procedere deve essere completamente abbandonato e, con esso, tutte le procedure profane che sviano dalla realizzazione della virtus e della pietas e alterano l’animo dell’allievo in modo da renderlo contrario all’autorità divina e al magistero dei Padri, insuperbendolo progressivamente e perciò peggiorandolo fino al punto in cui diventa irrecuperabile.
Purtroppo i soggetti deviati in questo modo sono la grande maggioranza, quando prendono atto della prassi formativa religiosa, di ciò che significa divenire realmente religiosi, e, specialmente, di cosa significhi condurre una vera vita religiosa, manifestano una certa frustrazione, la loro superbia non viene più soddisfatta come negli ambienti profani che hanno sempre frequentato, allora, o riescono ad affrontare nel modo giusto la conversione o si perdono e ritornano a percorrere la stessa via dell’aberrazione. Diversi aspiranti sono ormai troppo alterati per riuscire a riacquisire lo stato e la forma dell’uomo religioso romano-italiano tradizionale. Molti giungono alla formazione preliminare con alle spalle diversi decenni di disposizione atea e profana, essi sono rimasti identificati per tanto tempo alla falsa identità titanica, su di essa hanno costituito gli intrecci della loro esistenza profana, gli studi profani, il lavoro profano, la famiglia profana, le relazioni sociali profane, ecc. Quando viene il momento di decostruire la loro falsa identità titanica, con tutti i vincoli, gli impegni e le servitù connesse, per costruire la nuova identità religiosa romano-italiana, con il nuovo tipo di vita inerente, non riescono più a farlo. Essi spesso non hanno la forza per affrontare e superare la loro grave superbia titanica storpiante, perciò eludono o fuggono il processo convertivo e finiscono purtroppo per risistemarsi nel procedimento profano eruditivo insuperbente, che si pratica ormai ovunque, un procedimento contrario ad ogni formazione religiosa tradizionale. Tanti subiscono l’ascendente di gruppi e iniziative irregolari, che non richiedono la corretta formazione dell’uomo religioso, così molti vengono illusi di essere comunque “religiosi”, nonostante rimangano sempre gli stessi nella loro completa incoerenza e profanità.
Oggi la grande maggioranza degli uomini non cerca la verità, né, tanto meno, l’adeguamento oggettivo alla verità, perchè tutto ciò richiede uno sforzo enorme, tante crisi e travagli, specie l’assunzione coerente della verità con tutto l’animo, nel pensiero, nella parola, nell’azione. Condurre un’esistenza nella verità, pienamente accordati alla disposizione divina trascendente, che è divinamente oggettiva, perché completamente sovraumana, comporta un’ascesi veramente onnicomprensiva e totalizzante, che molti purtroppo oggi non sono nemmeno in grado di comprendere nella sua spiegazione teorica e astratta, né tantomeno sono in grado di praticare, essendo inconsistenti e disastrati a causa della vita atea e viziosa che hanno condotto per decenni, assimilati agli indirizzi diabolici della società postmoderna. La gran parte degli uomini attuali non può più praticare realmente ed efficacemente la religione, perciò la sostituisce con l’erudizione esteriore, con una rappresentazione astratta della stessa, o con scimmiottamenti formali vuoti, cose che purtroppo producono solo l’illusione di essere religiosi.
Un certo numero di uomini è sempre più esposto alla credulitas, la conoscenza della Verità Divina, la comprensione reale di sé, il prendere atto della propria impotenza, infermità e malignità, sono elementi che il soggetto malato e debole non può o non vuole affrontare, perciò rifugge questi fini, in diversa maniera, anche violenta, talvolta scagliandosi verso le istituzioni e le autorità religiose per cercare di delegittimarle, per poi tornare a compiacersi di sé nella credulitas, nelle false opinioni gratificanti, le quali mantengono la falsa identità titanica e insuperbiscono, senza che il soggetto possa rendersi conto di quanto subisce o, peggio, senza che possa fare altrimenti.
La A.R.Q., fin dal principio della formazione preliminare, tratta della distinzione che esiste fra il retto credere religioso e la credulitas in senso lato, in particolare approfondisce la natura della credulità pseudoreligiosa, e dunque mette di fronte al soggetto il problema epistemico-gnoseologico e lo invita ad avviare la procedura per costituire la retta fede religiosa, per creare la completa coerenza dell’esistenza con la Verità Divina. Il necessario adeguamento di tutto l’uomo alla verità religiosa richiede un grande sforzo e il superamento di molte alterità, tutto ciò comporta delle crisi, che solo in un istituto religioso tradizionale, grazie all’esperienza delle autorità e del magistero psicopedagogico religioso e mistagogico, possono essere affrontate religiosamente e superate nel modo opportuno. Se il soggetto è veramente determinato a costituirsi come religioso, le crisi saranno superate, altrimenti la Nemesi lo allontanerà e lo lascerà ancora soffrire per vie improprie, fino al momento in cui verrà il tempo della sua reale conversione.
L’opera dell’Associazione è fedele all’insegnamento magistrale platonico, già integrato fin dalla tarda Repubblica dai Padri nell’esercizio del mos maiorum. Platone ha dato un preciso insegnamento sul falso discente e su colui che si atteggia a filosofo senza esserlo, in particolare riferendosi a Dionigi di Siracusa, che possedeva solo una conoscenza astratta della filosofia. Egli, imbottito di frasi fatte, aveva solo una conoscenza libresca della filosofia, ma si atteggiava a “filosofo”. Secondo Platone nei confronti di questi uomini occorre:
“… mostrare cosa sia la filosofia nel suo complesso, quale sia la sua caratteristica, di quanti elementi si componga e quanta fatica implichi. Allora chi ascolta, se è veramente filosofo, cioè idoneo alla filosofia e degno di essa, perché dotato di natura divina, pensa che quella di cui sente parlare sia una via meravigliosa, da imboccare immediatamente, perché non potrebbe vivere facendo altro. Quindi, unendo i propri sforzi a quelli di colui che gli indica la via, non si dà pace prima di aver acquisito completamente il suo fine, o prima di aver raggiunto tanta forza da esser in grado, da solo, senza nessuno che lo guidi, di procedere su quella strada.
Ecco, dunque, la mentalità secondo cui vive un uomo di tal tempra; egli si dedicherà certamente alle sue faccende, quali che siano, ma in ogni momento e circostanza seguirà la filosofia e quel modo di vivere che più di ogni altro, giorno per giorno, lo potrà rendere pronto ad apprendere, pronto a ricordare, capace di ragionare e pienamente padrone di se stesso. Odierà, invece, per tutta la vita, il modo di vivere contrario a questo.
All’opposto, coloro che non sono veramente filosofi e hanno una verniciatura esteriore di opinioni, come quelli che hanno il corpo abbronzato al sole, vedendo quante sono le cose da apprendere, quanto grande sia la fatica e il ben regolato regime quotidiano tipico della filosofia, giudicano che sia impresa difficile, superiore alle loro capacità e non hanno la forza di impegnarsi in essa; e alcuni di loro si convincono di avere, tutto sommato, già udito abbastanza e di non aver più bisogno di altro. E questa è la prova più chiara e più sicura a cui sottoporre coloro che vivono nel lusso e non sono in grado di sopportare le fatiche. Per tal motivo questa gente, se non è capace di mettere in pratica tutto ciò che occorre per una tale impresa, non deve prendersela con chi la guida, ma con se stessa”[1].
In verità molti soggetti che si affacciano alla formazione religiosa preliminare, sono proprio come Dionigi, il quale, oltre al resto “…presumeva di sapere già molto, ed anzi di conoscere la parte più importante [della filosofia] e di dominarla a sufficienza per quello che aveva sentito da altri”[2], perciò è necessario, fin dal principio della disciplina formativa, mettere in evidenza il falso amore per la religione che diversi presentano, così come la loro superbia vanitosa, in tal modo vengono chiarite le false motivazioni a porre in atto una formazione e una disciplina che il soggetto solo si immagina di volere realizzare, ma che, in realtà, non è proprio pronto o disposto ad attuare. La costituzione del retto stato di discente è fondamentale, perché l’autorità religiosa non può dare consigli ad un uomo infermo che segue un regime di vita contrario e nocivo a ciò che conduce alla virtù e alla sapienza, e dunque alla salute. O questo uomo muta completamente la sua condotta di vita, a partire dalla conversione della sua anima, altrimenti non potrà fare nemmeno un passo nell’ascesi religiosa, per conseguire un bene effettivo: “Il primo dovere di chi dà consigli a un uomo infermo che segue una dieta nociva alla salute è quello di imporgli di cambiar sistema di vita; le altre indicazioni verranno solo se egli accetta con convinzione queste disposizioni. Se, invece, non vuole lasciarsi convincere, un vero uomo e un medico che io possa stimare tali rifuggiranno dal dargli consigli, perché chi continuasse a fare ciò sarebbe tutto l’opposto di un vero uomo e di un esperto di medicina”[3].
[1] Platone, Lettera VII, 340a-341b.
[2] Ibidem, 341b.
[3] Ibidem, 330c-330d.