Lo status dell’animus dell’ultimo uomo è assai lontano anche dallo stato religioso elementare, perciò, a causa della sua condizione radicalmente atea ed empia, occorre una prassi precisa che ricrei la sua condizione religiosa basilare affinché esso possa svolgere regolarmente l’esercizio della pietas. Il processo che ricostituisce l’animus religiosus prevede una compiuta conversione di tutte le potenze dell’animo al suo fine ultimo, in modo che esso possa svolgere ciò per cui è stato costituito ex Deo. Fintanto che l’animo non è veramente pio, l’uomo non può avvicinarsi correttamente agli Dei, neanche attraverso atti solamente formali di culto, prima di compiere il dovuto atto religioso egli deve costituire la giusta condizione religiosa interiore, da cui poi procede la retta azione religiosa esteriore. Chi non rispetta questo iter compie atti temerari, scimmiotta la pratica religiosa e la riproduce in forma caricaturale, azioni di questo tipo sono oggi tuttaltro che rare, in un tempo in cui la temerarietà è ormai molto diffusa, tanti, pur in buona fede, violano le procedure regolari senza rendersene conto.
L’uomo non nasce pius, non succedeva neanche nell’antichità, ciascun uomo deve essere reso pio attraverso una rigorosa educazione religiosa, che nell’antichità era trasmessa di padre in figlio e aveva come modello gli exempla dei Maiores, inoltre si rivolgeva a soggetti con una buona genialità e un buon carattere, elementi che favorivano il buon esito della prassi educativa, oggi purtroppo questi elementi innati sono ormai scomparsi.
L’animo deve essere messo in condizione di esercitare una condotta morale e rituale oggettiva, egli deve essere capace di agire iuste in ogni momento, perciò deve potere discernere ciò che va fatto per colere Deos e stabilire iustitia e pax. L’animo religioso semplice è sufficiente che possieda un credere fondato sulla recta opinio consegnata dai Maiores circa la religio, una opinione autorevole che non può essere discussa, ma va solo posta in atto con la più ferma fede [1]. Il religiosus, in qualsiasi grado di sviluppo si trovi, deve comunque rispettare e mettere in atto nella sua condotta la Sapientia Divina, egli è pius, anche solo in modo elementare, se opera sempre in accordo con la Provvidenza Divina. Il religioso vuole sempre rispettare la Giustizia Divina, pertanto egli ha cura che ogni suo pensiero, ogni sua parola e ogni sua azione renda presente in lui e nel mondo la Giustizia di Dio, perché solo in tal modo si stabilisce nell’uomo, nella Città e nell’Orbe, il Regno-Impero di Dio, con la Sua Pace e la Salus Publica che ne deriva.
Il religioso è però tale solo a partire dalla costituzione della virtù della modestia, in assenza della prima modestia non esiste stato religiosus, né pius, né quindi la condizione per la pratica regolare della religio. Per la modestia l’animo si radica in Dio e compie la rilettura essenziale ed esistenziale di sé in Dio, da questa relectio fondamentale procedono tutti gli altri atti corretti di religio. Solo quando questa condizione interiore è fermamente stabilita, il soggetto può compiere regolari atti di pietas, pienamente razionali e rispettosi del ius oggettivo. Se manca la virtù fondamentale dell’animo, che costituisce il vero status religiosus, tutti gli atti esteriori sono vani, vuote e sterili formalità, perciò privi di ogni efficacia.
Da molti secoli, in tutte le tradizioni religiose, inclusa quella romano-italiana, viene rilevata la natura degradata del formalismo rituale esteriore, una condotta “religiosa” illusoria, sterile e vana, che non attiene alla prassi religiosa regolare fondata sullo stato religioso dovuto. Nelle forme della religiosità esteriore più scadente e degradata questo tipo di alterazione della pratica religiosa è assai diffuso, a causa di questa aberrazione molti credono che la sola esecuzione esteriore formale di “riti” costituisca un atto di culto religioso regolare, in realtà non si tratta altro che di una rappresentazione vuota e caricaturale dell’autentico culto religioso. Colui che aspira al vero culto, attraverso una regolare formazione preliminare, deve evitare queste aberrazioni, egli deve sapere che il vero religioso deve essere virtuoso, deve possedere una conoscenza operativa effettiva dei riti, deve unificare realmente l’uomo al Dio, deve rendere realmente presente la Provvidenza Divina in ogni atto dell’animo e della sua esistenza, e così via. La religio operativa autentica costituisce la presenza effettiva della Pax Deum nell’uomo e nella Città e li rende realmente sacri o santi, un risultato del genere può essere prodotto solo da chi ne è veramente capace, a partire da una condizione “tecnica” dell’animo molto precisa, come insegnano le scritture autorevoli dei Padri. La prassi della religio non è cosa che il primo profano può affrontare, solo perché “lo sente” o perché “gli piace”, non bastano gli slanci irrazionali, le emozioni suggestive, le fantasie e gli afflati diversi, anzi questi elementi possono costituire un’impurità per la pratica religiosa opportuna. Non è l’ateo empio che stabilisce da sé se è religioso con un atto unilaterale, arbitrario e temerario, l’individuo squalificato non può stabilire da sé se mettere in atto riti e pratiche se non è “autorizzato”. La pratica religiosa autentica non è soggetta al trasporto sentimentale, né, tantomeno, è una rappresentazione formale da esibire come uno spettacolo circense in luoghi profani, alla presenza di uomini impuri qualsiasi. Ma oggi la licenza temeraria di diversi profani sprovveduti spinge a compiere le cose più aberranti.
Le condizioni adeguate per l’esercizio della pietas sono sempre state rispettate nella tradizione, in osservanza delle Leggi delle XII Tavole. Ad esempio, un requisito fondamentale per l’esercizio del culto è costituito dalla puritas dell’officiante, perché agli Dei non ci si può accostare se non si è puri, nel corpo e specialmente nell’animo. L’animus è purus perché castus, la puritas è il risultato della virtù della castitas, perciò colui che è privo di ogni castitas è totalmente impurus, in quanto il suo animo presenta passioni e vizi di ogni genere, prodotti dalla commistione con ciò che è corruttibile, la corporeità, la sensazione, la vita transeunte. L’animo impuro non può stabilire alcun vero accordo con ciò che è purissimo, il Divino, Dio, gli Dei, egli non è in alcun modo omogeneo ad Essi, presenta perciò una eterogeneità che, per la legge di simpatia e corrispondenza, gli impedisce di stabilire una relazione reale ed attiva con gli Dei, una condizione fondamentale nella prassi rituale efficace. L’acqua lustrale esteriore non può lavare le macchie profonde prodotte dalla luxuria, l’animo veramente religioso deve essere privo di ogni lussuria, di ogni soggezione alla corporeità, alla sensazione, alla vita carnale mortale. Il vero religioso deve dunque presentarsi “separato” dal corpo, purificato da ogni commistione con esso, perché questa commistione ne altera, in diverso grado, la purità e gli rende impossibile la vera comunicazione con gli Dei immortali, che sono purissimi, ovvero separati da ogni materialità, e dunque ogni vero atto di pietas. Il sacerdos tradizionale, la persona autorevole qualificata per il cultus, nel suo stato regolare era sanctus, e perciò presentava la condizione animica e intelletiva pura per svolgere gli atti rituali correttamente. Nel tempo il degrado della qualità sacerdotale, e l’allentamento del rigore nella selezione delle persone dei sacerdoti, hanno alterato la piena efficacia della religio, con conseguenze di vario genere. Se non è svolta da un animo “purgato”, sanato dalla pratica delle virtù purgative, la prassi “rituale” ha un carattere irregolare, è impura in diverso modo, pertanto è scorretta ed invalida in diverso grado, a seconda delle impurità presenti negli “officianti”. Purtroppo nell’ambito della pseudoreligiosità romaneggiante non si promuove la costituzione di un regolare animo religioso, se qualche cenno viene fatto in tal senso tutto rimane però molto superficiale. I singoli vengono sviati, a loro si fa credere che le condizioni regolari per il culto sono immediatamente acquisite e basta la sensazione di essere “religiosi” per prodursi nella pratica di “un culto” o nello svolgimento di “riti”, pratiche formali vuote e irregolari, che però danno “belle emozioni”, fanno sentire “buoni” e “giusti”, e tante altre cose illusorie e ingannevoli.
Vi sono leggi universali oggettive che regolano la disciplina rituale e sacrificale della pietas, l’uomo impreparato non può improvvisare “azioni di culto” di vario genere, egli deve rispettare rigorosamente il Ius Sacrum, sia nell’ambito pubblico, che in quello privato. Agli Dei non ci si può accostare in modo temerario, non si può procedere con la fretta del superbo vanitoso, occorre creare con pazienza e dura disciplina le condizioni interiori ed esteriori opportune, attraverso una lunga e costante pratica morale purificatoria, che va svolta parallelamente ad una disciplina conoscitiva precisa, che ha un carattere “sperimentale” chiaro, non è perciò prassi libresca erudita o astratta svolta con un temerario interesse religioso perversamente orientato. Solo creando le condizioni operative oggettive, scientifiche, tecniche e legali, adeguate al culto, sostenute dalla sufficiente sanctitas, è possibile officiare dei sacra regolarmente, siano essi costituiti da semplici preghiere o da complessi cerimoniali. In ogni religione tradizionale si viene ammessi alla pratica religiosa attiva dopo aver acquisito un preciso statuto, per divenire poi sacerdote occorre sempre un lungo iter di studio e disciplina che deve costituire una precisa capacità sacerdotale. Tutte le selvagge, quanto avventate pratiche pseudoreligiose, violano le più elementari leggi che regolano la disciplina religiosa.
L’uomo romano acquista una capacità religiosa effettiva con l’età virile, la quale attesta la sopraggiunta acquisizione della virtus nel suo grado elementare. Il raggiungimento dello stato virile equivale ad una prima separazione, sanctio, dell’animo dal corpo, del soggetto sovrannaturale dall’elemento umano naturale. Prima del raggiungimento dell’età-stato virile, il pver immaturo si dedica all’educatio religiosa sotto la guida del Pater-Magister, il quale indirizza il filius allo scopo della educatio, la separazione dell’animo dal corpo, al fine di costituire la virilitas del vir o della virgo, un risultato che richiede la preliminare acquisizione della temperantia, e dunque il dominio razionale della facoltà appetitiva dell’anima, e della fortia, il dominio razionale della facoltà arditiva. Queste virtutes, relative alle facoltà con le quali l’animo è in immediata relazione col corpus, consentono ad esso di purificarsi dalla soggezione all’humus carnale, rendendosi atto alla vera pietas di ogni grado, morale, civile e religiosa. Il conseguimento della temperanza e della forza costituiscono lo stato elementare del civis romanus, che è religiosus, a partire da questo risultato il soggetto può elevarsi alla conquista della prudentia e della sapientia, le virtù che rendono pienamente in atto l’animus come religiosus. La virtù della fortia libera la ratio dalla soggezione alla sensazione così essa può acquisire la scientia oggettiva del Ius, la iurisprudentia, al fine di porla in atto nel sacra facere, nella pratica sacrificale di ogni istante.
Prima del conseguimento dello stato virile il pver può partecipare solo indirettamente alla pietas privata, ricevendo dal Pater incarichi in funzioni religiose o essendo autorizzato a certi atti limitati di pietas nella misura in cui si disciplina nella puritas e presenta un certo stato purus, fondato nella modestia e nella fides. Gli atti privati di culto, che il pver svolge presieduti dal Pater-Magister, si svolgono solo in forma personale e sono principalmente volti a favorire la realizzazione della virtus, avendo sempre cura di rispettare il Ius sacrum e l’obbedienza all’autorità sacrale paterna. Nella religione romano-italiana solo le persone qualificate sono deputate ad officiare i riti, pubblici e privati, in quanto solo loro sono capaci di rispettare le condizioni rituali di tipo tecnico-oggettivo che il culto richiede. Le leggi che regolano l’ufficio del culto non possono esser infrante, gli stessi Dei le hanno stabilite, chi le viola viene punito da Dio stesso[2].
Oggi è più che mai necessario insistere sul rispetto delle procedure regolari della pratica della religio, sul rispetto rigoroso del Ius sacrum per l’esercizio della vera pietas, un esame accurato deve evidenziare i modi attraverso cui la superbia e la temerarietà si sviluppano e trovano diffusione, generando confusione e disorientamento fra le persone che intendono accostarsi alla religione romano-italiana, ma non hanno le conoscenze appropriate. Il serio aspirante alla religione deve ricercare le condizioni per accedere regolarmente alla sua pratica senza atti temerari, solo quando ha ottenuto un animo religioso e pio regolare può applicarsi rettamente alla disciplina morale e civile.
L’iter che consente di formare l’animo religioso è stato riordinato e adattato alla situazione dell’uomo attuale nell’Associazione Romània Quirites, nell’istituzione la preparazione preliminare alla disciplina religiosa regolare viene insegnata e applicata con una esperienza di oltre trentacinque anni. Questo iter non può essere eluso, come accade in diversi enti pseudoreligiosi irregolari dediti alla volgare diffusione del neospiritualismo pagano contemporaneo. Oggi occorre una formazione religiosa preliminare molto specifica, grazie ad essa l’animo può essere reso pio, nonostante la situazione interiore che presenta e le condizioni contingenti in cui è immerso. L’iter formativo ha un carattere oggettivo, perché deve mettere in condizione l’animo di compiere ogni atto morale, giuridico e rituale, nel rispetto dell’ordine oggettivo della Giustizia Divina. L’uomo religioso fonda ogni sua deliberazione sul Ius Divinum, ogni pensiero, parola e azione dell’animo religioso traduce il Fas nel Ius, il Fatum nella Iustitia, in tal modo il religioso può svolgere il suo ufficio teofanico e rendere attuale la presenza di Dio in ogni ambito pubblico e privato, in modo tale che la Giustizia Divina e la Salute Pubblica regnino nell’Orbe intero.
[1] Cicerone, De Natura Deorum, III, 2,5 – 4,10.
[2] Cicerone, De Legibvs, II, VIII.