L’animo dell’uomo è generato direttamente da Dio per compiere un officium di religio-pietas, al fine di costituire nell’Orbe il Regno Divino e la Perfezione della Pace e della Giustizia ad esso inerenti[1]. A causa del vincolo di natura che l’animo presenta con l’Essenza Divina, la religio si costituisce come una obligatio, un’obbligazione giuridica divina necessaria, che deve essere ontologicamente rispettata, pena la negazione e “l’annientamento dell’animo” e perciò anche dell’uomo. La costituzione essenziale dell’animo, secondo una determinata misura divina, in vista di una certa funzione, definisce anche che cosa è il bene per l’animo e dunque anche in che cosa consiste il suo “essere buono”. Solo nella misura in cui l’animo attua la sua ragion d’essere, secondo la legge intrinseca alla sua natura, rispetta il ius, ossia la misura divina essenziale disposta all’atto della definizione della sua natura, per cui è iustus. L’animo dell’uomo è veramente buono e giusto solo se rispetta l’obbligazione divina di giustizia a cui egli è tenuto ontologicamente a corrispondere, dunque se assolve all’officium di pietas per cui è stato costituito. Se l’animo attua la sua natura, allo stesso tempo rispetta la Legge Divina intrinseca alla sua essenza. Se l’animo non rispetta l’obbligazione giuridica divina a cui è vincolato, e dunque non attua la pietas, non realizza la sua natura e viola la Lex Divina, dunque è ingiusto e maligno. È la natura stessa dell’animo che “lo obbliga” a rendere culto a Dio, al quale l’animo è legato da vincolo necessario eterno e inalterabile.
L’animus perfectus è sapiens, religiosus et pius, possiede la modestia esemplare e la conseguente honestas, perciò compie in modo indefettibile la Iustitia Divina, a fare principio dalla iustitia adversus Deos, dalla quale derivano ogni altro esercizio della giustizia e ogni azione retta. Quando assolve al suo principale obbligo, iscritto nella sua natura, l’animus è sempre iustus e perciò anche semper felix.
La pietas autentica non si risolve però in temporanei atti esteriori di tipo cerimoniale dal carattere accidentale, ma è propriamente la conseguenza di uno stato virtuoso dell’animus, fondato sulla Natura Divina e accordato nei suoi atti ad Essa, così la Pax Deum è infusa nella sostanza del suo essere e in tutta la sua persona, in tal modo ogni atto contingente ed esteriore è sempre pio. L’esercizio della iustitia adversum Deos non ha “periodi di sosta”, l’animus religiosus non è “fedele a Dio” solo in certi momenti, ma lo è sempre, pertanto, se è veramente pio, attua la iustitia senza soluzione di continuità, costituendo, attraverso il suo colere morale e rituale, la presenza immediata dell’Essere Divino nel suo essere proprio e in tutto ciò che caratterizza la sua esistenza teofanica.
L’animo dell’ultimo uomo ha perduto anche la minima condizione religiosa, perciò non può improvvisarsi pius o religiosus, qualsiasi accesso ad atti rituali, anche solo formali, prima di aver costituito le regolari condizioni interiori ed esteriori, è espressione di temerarietà superba. La disciplina che oggi l’animo deve svolgere è lunga e difficoltosa, l’animo deve innanzitutto conoscere la sua natura, il suo ufficio e ciò che costituisce la retta pietas, perciò egli deve compiere una disciplina formativa propedeutica che lo prepari all’esercizio regolare della pietas in ogni istante della vita della sua persona. L’iter propedeutico che rende l’animo capace di pietas è analogo al processo educativo-istruttivo che ogni uomo romano-italiano svolgeva dalla nascita fino alla sua maturità virile, assistito dal Padre e dalla Madre e poi dai Maestri di scuola, fino al momento in cui veniva attestata la sua capacità giuridico-religiosa e dunque la possibilità di svolgere il suo ufficio religioso. La pietas regolare e completa può essere esercitata solo da un animo qualificato, “maturo”, formato nella virtù di religione, nessuno può arrogarsi uno statuto pius che non possiede, quindi occorre che ogni uomo che voglia praticare il culto rispetti la prassi tradizionale, la sola che produce la retta disposizione ai sacra ed evita di incorrere in atti temerari.
L’educazione religiosa preliminare dell’uomo caratterizza l’opera dell’Associazione Romània Quirites da decenni, la riattualizzazione dell’iter formativo tradizionale del vir religiosus ha consentito di mettere gli uomini in condizione di colere Deos, coloro che si sono applicati rettamente alla disciplina educativa e formativa hanno così potuto accedere alla pietas religiosa regolare. Per questa opera formativa preliminare la A.R.Q. si differenzia nettamente da altri enti che non trattano per nulla, o solo in modo insufficiente e disordinato, della necessaria preparazione dell’uomo attuale alla religione. Ogni sezione dell’opera formativa preliminare della A.R.Q. è ordinata alla formazione dell’animo religioso, alla costituzione dell’animus modestus e pius, uno stato indispensabile per la regolare disciplina della virtus e della pietas. La prassi formativa preliminare permette di evitare ogni temerarietà e ogni improvvisazione della pratica rituale, morale e civile, perciò consente all’uomo di rivolgersi agli Dei nelle condizioni di regolare puritas, veneratio, fides, timor e amor Dei. Per giungere alla costituzione dell’animo religioso, l’uomo deve compiere una disciplina convertiva precisa, la sola erudizione esteriore generale e disorganica, relativa alla natura della religione, al suo spirito, alle sue forme, non è minimamente sufficiente. La rappresentazione della religione e della pietas non basta, l’uomo deve possedere uno stato dell’animo realmente pius, egli deve assumere in sé lo spirito della religione, affinché tutto il suo comportamento sia misurato secondo la sua essenza e perciò sia in accordo con la Giustizia Divina.
Dopo la sua formazione religiosa introduttiva l’animo deve dunque compiere un passaggio ulteriore, altrimenti si arresta in una dimensione “dipsichica”, nella quale il nuovo contenuto della coscienza non si traduce in una misura dell’attività dell’anima e del corpo, perciò il processo convertivo-formativo rimane incompleto, quindi sterile e vano. L’aspirante che ha costituito un interesse razionale preciso per la vita religiosa deve portare a compimento la sua formazione con la disciplina propedeutica, fino a costituire un animus religiosus romanus effettivo, capace di attuare l’officium della pietas. A questa concreta attuazione si dedica la Formazione Propedeutica alla Religione Romano-Italiana, con la quale l’uomo si forma come religiosus romanus e conforma interamente la condotta della sua vita al modello esemplare del religiosus, ovvero Aeneas, il pius perfetto, che ha attuato in maniera divina la disposizione fatale assegnata, realizzando la Giustizia Divina, secondo la Provvidenza Universale, stabilendo così la Pace Integrale in Orbe.
[1] Cicerone, De Repvblica, VI, VI.
Dalla conoscenza esteriore all’integrazione nella religione vivente
L’insegnamento propedeutico deve rendere la persona concretamente, esistenzialmente religiosa, anche perché, purtroppo, ormai l’uomo non sa nemmeno più che cosa sia una vita religiosa, perciò rari sono gli uomini che compiono una vita integrata nella Volontà Divina per attuare provvidenzialmente la Giustizia Eterna. Alla pratica della condotta morale, rituale e civile misurata dalla disposizione divina si è sostituito lo studio esteriore, universitario o erudito della religione, oggi i veri religiosi sono veramente pochi, in compenso si moltiplicano gli studiosi profani di religione, che il volgo definisce “esperti”, ma sono solo uomini gonfi di erudizione orgogliosa e vanagloriosa, che presentano un curriculum di studi sterili e inefficaci rispetto alla pietas effettiva. Queste figure sono specializzate nell’analisi profana, anche se raffinata, di determinati testi, documenti, fatti storici, ma questa analisi è priva di qualsiasi spirito religioso autentico, inoltre questi studi “scientifici” vanno nella direzione contraria rispetto a quella che occorre affrontare per sviluppare una retta conversione religiosa. L’ipertrofia della razionalità erudita, disposta secondo un animo moderno ateo, genera un irrigidimento dell’animo in una determinata inclinazione superba, la quale diviene un impedimento al momento in cui occorre dare luogo ad una vera conversione religiosa, che porti l’animo ad una esistenza spirituale compiutamente aperta all’influsso divino immanente e al suo favore. Invece di applicarsi allo studio profano secondo i modi propri del razionalista accademico, bisogna cambiare completamente lo stato dell’animo nel senso del suo vero bene. Perciò occorre innanzitutto abbattere la superbia e la concupiscenza eruditiva, sviluppando un’univoca volontà di modestia, che annulli completamente ogni genere di affermatività individualistica autoreferenziale, per attingere direttamente, almeno, alla “luce della fede”, che trascende, fin dal principio, ogni analisi razionale umana delle scritture sacre e dell’insegnamento religioso tradizionale, come afferma chiaramente Cicerone nel De Natvra Deorvm per bocca del Pontefice Cotta. Una cosa è realizzare una vita religiosa completa, coerente e organica, un’altra cosa è girovagare, mossi dal vizio della curiosità, nello studio esteriore della religione o della tradizione, secondo modalità non convertive o realizzative. Questi indirizzi non condurranno mai l’animo al Divino, ma, al contrario, ne accresceranno l’infatuazione e la vanitas boriosa. Già gli insegnamenti della Formazione Religiosa Introduttiva non hanno un carattere esteriore, ma orientano e formano la coscienza secondo una prospettiva religiosa tradizionale, in modo da favorire un’adeguata disposizione dell’animo al Divino e un suo corretto orientamento alla trascendenza. Nella Formazione Religiosa Propedeutica gli insegnamenti sono essenzializzati, semplificati e spiritualizzati, in funzione della disciplina convertiva. Le istituzioni delle diverse tradizioni spirituali dell’umanità non sono circoli di eruditi e curiosi, ma luoghi di ascesi, di disciplina morale e rituale rigorosa. L’aspirante deve cessare di vagare fra mille iniziative che rimangono solo vane e, molto spesso, erronee chiacchiere, egli deve comprendere l’importanza del passare alla prassi religiosa regolare.
La Formazione Religiosa Propedeutica favorisce il superamento dell’atteggiamento profano esteriore, stagnante nel criticismo razionalista proprio dell’erudito, di colui che ha fatto “studi scientifici” e che presenta una certa presunzione di sapere, o nell’illusione del tradizionalista, che crede illusoriamente di trovarsi integrato nella “tradizione”. Questi aspetti specifici della superbia impediscono ogni reale adeguata conversione dell’animo, ma, specialmente, sviano dall’attuazione di una vita religiosa che traduca in ogni suo aspetto la misura dello Spirito Divino. L’uomo non deve passare la sua vita ad esaminare tutti i particolari della “porta del tempio”, deve oltrepassarla, altrimenti rimane sempre fuori dal “recinto sacro”, solo nel quale immane attivamente la presenza divina. Il superbo non vuole cambiare nulla della sua esistenza, né dello stato del suo animo, il sincero aspirante invece si dispone completamente alla ricezione della Sapienza Divina, che trascende l’umana ragione e da essa non può essere afferrata. Ogni tendenza razionalistica, eruditiva e acquisitiva, mantiene l’uomo nello stato di distinzione dall’Essere Divino, nel senso dell’esistenza, nella paura del dolore e della morte. Se non si lascia andare la rigidità critica superba, viene esclusa ogni autentica possibilità di accedere all’ascesi religiosa tradizionale.
L’insegnamento propedeutico introduce all’ascesi religiosa in modo adeguato, dissipa le diverse illusioni del razionalista profano e consente di superare ogni stazionamento nell’esteriorità e nell’inerzia della sensazione corporea. Tutti i gradi dello studium religiosum devono essere connessi a precisi stati effettivi di purificazione morale, o gradi di virtus, altrimenti non vi è un vero studio, né alcun risultato realizzativo, perché la differenza fra un “demone” ignorante e un “demone” erudito è essenzialmente nulla, un vizioso rimane tale, e persino peggiore, se approccia la conoscenza religiosa in modo impuro.
Molti aspiranti, anche se interessati, incontrano oggi diverse difficoltà nel passare dall’esteriorità dell’erudizione sulla religione, mescolata ad una vita atea, empia e viziosa, alla costituzione effettiva dell’animo religioso, con la conversione pratica completa di tutta la vita alla Giustizia Divina, in funzione della costituzione della Pax Deorum Hominumque. L’incoerenza e la dualità che esistono fra il pensare e il fare devono essere superate, tutto l’animo deve essere accordato alla dimensione del Fas, del Fatum, della Providentia Deorum, altrimenti non può esercitare veramente iustitia e pietas.
Non si tratta di possedere un’erudizione astratta relativa alla natura del Fas, ma occorre invece far procedere ogni atto, pensiero, parola, azione dal Fas, dalla Misura Eterna della Verità e della Giustizia oggettiva, dall’Ordine delle Idee Eterne, delle Misure Divine di tutte le cose, un ordine costituito e conservato dalla Sapienza Divina Eterna, inerente all’Intelletto Divino di Dio Padre, Iuppiter; su questa Sapienza tutto l’uomo deve consistere e da essa ogni suo atto deve procedere. Il Fas fonda il Fatum, l’articolazione delle Cause essenziali unificate nell’Intelletto Divino nella processione delle cause seconde, che costituiscono il principio immediato degli enti fenomenici, mediante la Ratio Universale, questa articolazione avviene necessariamente ed inevitabilmente, secondo l’immutabilità e l’invariabilità delle Cause Divine. Ogni sviluppo causale universale è dunque espressione del Fas nel Fatum, in ogni ordine e grado dell’Esistenza, perciò ogni ente determinato ha uno scopo precostituito dal suo Fas essenziale e, dunque, segue una direzione finale determinata, in vista della piena attualizzazione della sua essenza. Lo sviluppo dell’esistenza ordinata allo scopo finale di un dato ente è perciò regolato dal Fatum. Ogni ente, inoltre, è correlato alla sua essenza da un rapporto causativo e altresì conservativo, a cui presiede la Providentia, la quale opera affinché l’effetto esistente permanga sempre nella sua causa essenziale, così l’ente viene continuamente “richiamato” da Dio alla sua via mediante la Giustizia, in modo che ogni suo atto sia sempre “buono” e ordinato al suo bene finale.
In virtù dell’ordine fatale che vige in tutta l’Esistenza, non esiste nulla di casuale nell’Universo, ma tutto procede secondo il Fatum. La necessitas segue il Fatum e rende sempre ogni sviluppo degli eventi conforme al Bene. Alle concatenazioni necessarie del Fatum segue anche Iustitia, la quale è attività volta a mantenere l’esistenza dell’ente in conformità al suo ius e, allo stesso tempo, al Ius Universale, in modo tale che il complesso dell’Esistenza persegua il suo termine finale in accordo con il Fas. Ius–stat è ciò che mantiene l’attività dell’ente esistente nella misura del Ius, in accordo con la sua essenza, Fas, in virtù di tale termine la Giustizia Divina “premia” l’ente che osserva l’accordo con la sua misura essenziale e si unifica al piano finale dell’Universo, mentre “punisce” l’ente che non osserva questo accordo. La Giustizia è “Maestra di vita” e riconduce ininterrottamente tutti gli enti al Ius, secondo il Fas, essa è onnipresente in ogni ordine e grado del mondo, perciò dispone in modo “bilanciato” tutti gli eventi, affinché la causalità delle azioni e delle reazioni rimanga sempre unitaria e armonica rispetto al Fatum, così la perfezione finale del Tutto è sempre rispettata.