L’esperienza maturata in alcune decine di anni di formazione religiosa preliminare ha reso ragione, se mai fosse stato necessario, che la ricostituzione della ratio debiti nell’animo, e la sua adeguata disposizione nell’officium di religio, costituiscono la base da raggiungere attraverso la Formazione Religiosa Preliminare. Il raggiungimento di questo risultato è oneroso e oggi non tutti lo raggiungono adeguatamente, già l’Ottimo Padre Cicerone diceva a suo a tempo, più di duemila anni fa, che era una condizione interiore che richiedeva una precisa disciplina per essere ottenuta. L’uomo odierno deve sapere che se non osserva la prima giustizia, la iustitia adversum Deos, egli non potrà compiere nessun atto giusto, perché il mancato rispetto della prima obligatio determina un’ingiustizia essenziale con conseguenze a catena in tutti gli atti secondari. L’animus pius rispetta la giustizia fondamentale, se l’animo non è costituito secondo la Volontà di Dio, e perciò non è pius, tutti i suoi atti sono empi, qualsiasi cosa esso faccia, perciò sono anche ingiusti, nonostante le apparenze in senso contrario.
L’uomo profano, ateo ed empio, è completamente disgiunto dall’attuazione della Volontà Divina, perciò in ogni suo agire non c’è giustizia, dunque è completamente maligno, nei suoi pensieri, nelle sue parole, nei suoi atti. Ciò che ad esso appare un atto buono non ha in realtà alcun fondamento nell’essere, perciò l’animo deve giungere a comprendere rettamente il suo stato e la sua condotta, per supplire alla sua mancanza. La duplice ignoranza determina una rigida superbia, la quale va affrontata fin dalla prima fase della conversione, per orientare il soggetto alla retta discenza e renderlo educabile, in mancanza del retto stato di discenza non è possibile procedere alla formazione dell’animus religiosus. Nell’ottica della costituzione della retta discenza deve essere considerata basilare anche la retta realizzazione del timor Dei, una disposizione estranea all’animo empio, ma l’animo deve temere rettamente Dio, cioè deve sapere rettamente correlare il suo essere proprio, determinato per una data funzione nel piano dell’Orbe umano, all’essere proprio di Dio. Con la costituzione del retto timor Dei, l’animo stabilisce correttamente che cosa realmente è in suo potere, allo stato potenziale o allo stato attuale, e che cosa invece è in potere di Dio, la mancanza di questo discernimento non rende possibile l’atto religioso modesto e misurato, perciò l’animo scade sempre, inevitabilmente, nella negligenza temeraria o nella superstizione. L’animo dell’uomo deve subordinarsi rettamente all’Autorità Divina e alla sua Potestà, al suo Imperium, non deve agire come se Dio non esistesse, come se Dio non fosse il Governatore Provvidenziale degli Dei, del mondo e degli uomini. Allo stesso tempo l’animo deve praticare il retto amor Dei, perché egli deve amare Dio come il suo vero essere, ciò che costituisce la pienezza integrale del suo Essere e perciò il suo vero Bene. Con Dio l’animo religioso deve sviluppare una concordia perfetta, fin dal principio della sua ascesa gloriosa alla pienezza della divinizzazione, la costituzione della prima concordia si ottiene con la compiuta conversione dell’animo e l’acquisizione della prima modestia.
L’animo che conosce se stesso, la natura di Dio, e l’atto mediante il quale Dio costituisce l’essere dell’animo ponendo credito in lui, si costituisce rettamente come debitor e riconosce l’obbligazione da cui dipende e il debitum che il suo solo esserci comporta. La conoscenza di questa ratio debiti costituisce il fondamento del credere Deos, attraverso questo credere l’animo, che ha sempre il suo essere sussistente nell’Essere di Dio, pone attivamente e fermamente se stesso nella sostanza di Dio, la comunione attiva con il quale, attraverso il vincolo della iustitia necessaria, definisce anche la rigorosa fides in Dio. Questi elementi fissano l’accordo sostanziale dell’animo con Dio e determinano, in modo adeguato, il credo-fides che ha un carattere ontologico e necessario.
L’animo dell’uomo dipende causalmente da Dio Padre ed è a Lui subordinato ontologicamente, tutto ciò che l’animo è e compie dipende da Dio, se non vi fosse Dio non vi sarebbe l’animo vivente dell’uomo, la sua sostanza, la sua essenza determinata, le sue facoltà, i suoi veicoli di manifestazione, tutto nell’animo è “dovuto”, nel senso di debitum, a Dio Padre, Iuppiter.
Quando l’animo si stabilisce, grazie alla prima modestia e al primo credere, nella fides, si costituisce l’unione-Pax con Dio, grazie alla quale l’animo riceve la presenza di Dio in lui e si definisce come religiosus. Questa statuizione permette di rispettare la ratio debiti e perciò di praticare la religio come obbligazione giuridica divina necessaria. L’atto veramente buono, la vita veramente buona, per un dato ente, è fondata su un’obbligazione di giustizia, a cui egli è tenuto a corrispondere in quanto debitor, in special modo l’animo deve assolvere un officium di giustizia, che è fondato, necessariamente, nell’essere suo proprio e perciò anche in Dio.
Per l’animo, il rispetto del vincolo causale è obligatorius, perché egli è il soggetto passivo della obligatio, mentre Iuppiter, in quanto creditor, ha il diritto di esigere giustizia. Dunque il titolare del Ius, il creditor, è Dio, mentre l’obligatus, il debitor, è l’animo. L’animo solve il suo debitum, ciò che è dovuto come obbligazione giuridica divina, attraverso la religio nella pietas, che è, in primis et ante omnia, iustitia adversum Deos. L’animus costituisce la religio attraverso il relegere della mens, egli “rilegge” la sua essenza in Dio e riconosce tutto ciò che fonda la retta relazione a Dio, nel rispetto della ratio debiti. Su questo relegere essenziale fonda la virtù religiosa fondamentale, la pietas, mediante la quale l’animo accorda ogni suo atto, interno ed esterno, a Dio, realizzando così la prestazione giuridica del colere, del cultus Deorum, il cui effetto è la Pax Deorum Hominumque, l’unione sostanziale ed operativa del Dio e dell’uomo, per la quale la Giustizia di Dio viene resa immanente nell’uomo e nei suoi atti. Pertanto la religio deve sempre essere fondata sulla conoscenza dell’obbligazione divina dell’animo, e deve essere espressione del debitus cultus, il quale può avvenire solo se l’animo possiede la virtù della pietas, mediante la quale tutti i suoi atti sono accordati a Dio e costituiscono Pace e Giustizia[1].
L’atto di pietas è dovuto ontologicamente a Dio, altrimenti si produce la “rottura” della catena teofanica che stabilisce l’immanenza divina della Regalità di Dio e l’estinzione della Pax Deorum Hominumque, con tutte le conseguenze relative. L’animo deve rispettare l’officium di pietas, perché solo in questo modo egli attua la sua natura, rispetta la lex intrinseca alla sua essenza e consegue il suo Bene secondo giustizia. Se l’animo non rispetta l’obbligazione giuridica divina della pietas, non compie il suo bene, compie ogni ingiustizia e patisce tutte le pene.
L’animo è in grado di assolvere il suo obbligo di giustizia verso Dio solo se diviene religiosus e pius. L’animo è religioso quando è in grado di relegere in modo compiuto, quando rilegge se stesso in Dio con l’atto essenziale della mens. L’animo è pius quando è in grado di piare, ovvero quando, fondando sul relegere essenziale, pacifica, unisce, accorda ogni suo atto a Dio. Dunque, è in virtù di uno status della mens che l’animus è religiosus, mentre l’essere pius attiene alla voluntas.
Nel suo stato esemplare l’animus religiosus dispone di sapientia, per la quale è radicato, secondo una precisa realizzazione attiva e immediata, nella Natura Divina, dalla quale promana, nel cuore del sapiens religiosus, la Pax Deum. In virtù di questo stato il sapiens rende immanente, attraverso la sua voluntas, nella pietas esemplare, l’attività provvidenziale divina, in tutti i suoi atti, perciò dispone tutta la sua esistenza in continuità perfetta con la Giustizia Divina, per cui rende presente in sé e nell’Orbe il Regno di Dio, con la Sua Pace e la Sua Giustizia.
L’animus religiosus traduce la Sapientia Divina nella Prudentia Divina, la quale è principio immediato di ogni agire recte o rite. L’agire retto può essere tanto interno quanto esterno, tanto morale quanto rituale. Queste modalità dell’azione religiosa non si collocano su piani diversi, come dice giustamente Cicerone, non vi è alcun primato del punto di vista rituale su quello morale alle origini, essendo lo stato morale retto dell’uomo che fonda la sua retta attività rituale. Dalla prudentia procede la iustitia, che viene stabilita grazie alla pietas, la quale non si risolve in atti rituali temporanei, esteriori e accidentali, ma è una virtù che l’animus religiosus esercita di continuo, costituendo la Pax Deum in ogni suo stato e in ogni suo atto. La statuizione della iustitia non può avere periodi di sosta, l’animus veramente religiosus non è fedele al suo essere solo in certi momenti, ma lo è sempre, pertanto egli compie atti giusti senza soluzione di continuità, costituendo attraverso il suo colere, morale e rituale, la presenza di Dio in lui, nella Città e nell’Orbe.
Risulta chiaro che l’animo non può improvvisarsi religiosus e pius, per esercitare il relegere ed il piare, secondo modestia, timor Dei e retto amor Dei, occorre acquisire la capacità opportuna attraverso una precisa disciplina formativa, che renda l’animo religiosus ed idoneo alla pietas.
Per la sua specifica natura la pietas può essere esercitata solo da animi qualificati, in possesso della conoscenza operativa del Ius Divinum, del Ius Sacrum, del Ius humanum, in quanto ogni atto religioso stabilisce iustitia in modo oggettivo, pertanto deve avvenire secondo l’applicazione oggettiva di un dato Ius. Tradizionalmente a livello pubblico sono i Sacerdotes Publici Populi Romani, riuniti nell’Ordo Sacerdotum, a svolgere gli uffici religiosi pro salute populi, mentre a livello privato è il Pater Gentis o il Pater Familias a svolgere la funzione di ministro del culto privato, pro salute gentis o familias. In entrambi i casi, i soggetti officianti possiedono un’autorità religiosa precisa, determinata dal possesso di scientia iuris e iurisprudentia, conoscenze acquisite con la formazione religiosa gentilizia o con l’iter pubblico che qualifica l’animo per l’esercizio del sacerdozio civile. Nessuno può arrogarsi uno statuto religioso che non possiede, occorre rispettare sempre la prassi che qualifica nella retta disposizione dei sacra, gli atti temerari sono severamente puniti dagli Dei e dalle autorità preposte al culto. Per divenire vir religiosus elementare, ovvero soggetto capace di autonomia nella religio-pietas occorrevano sedici, diciassette o diciotto anni nell’antichità, prima del raggiungimento della “maturità” religiosa il soggetto puerile o adolescenziale era assistito e diretto dalla madre e poi dal padre nella disciplina morale e rituale. Essendo sotto la mano patria il figlio poteva esercitare eventualmente la funzione di camillus domesticus, oppure poteva essere autorizzato a compiere atti di pietas personale in certe condizioni particolari[2].
Vi è una precisa disposizione presente nelle Leggi delle XII Tavole, che Cicerone esprime in questo modo: “Quoque haec et privatim et publice modo rituque fiant, discunto ignari a publicis sacerdotibus”[3], dunque, solo i sacerdoti pubblici erano qualificati ad istruire “gli ignari”, gli ignoranti, sui riti pubblici e privati da svolgere, era alla loro autorità che occorreva rifarsi, non si potevano seguire vie irregolari fuori dalla tradizione. Quando gli istituti formativi erano ben presenti, i problemi di regolarità dell’iter religiosum erano molto scarsi, oggi questo iter ci è giunto con i diversi riadattamenti che ha ricevuto nei secoli e la prassi formativa dell’animo religioso può essere ancora oggi svolta nelle istituzioni religiose romano-italiane regolari che hanno restaurato l’iter tradizionale. Il soggetto che segue correttamente la formazione può acquisire regolarmente lo stato basilare del religiosus, uno status dal quale può elevarsi poi agli stati superiori del Vir religiosus e del Pater familias, o a quello ancora più elevato del Pater Gentis. Per la costituzione dello status di Sacerdos Publicus, o addirittura di Pontifex Maximus, è richiesta una dignificazione religiosa completa e perfetta, a partire dal possesso di qualità innate determinate e di condizioni elettive favorevoli specifiche. La presenza contemporanea di questi elementi, nel tempo attuale, si verifica in modo eccezionale.
[1] Cicerone, De Nat. Deo., II, 28, 72.
[2] Tutto questo processo è completamente saltato ed eluso nei nuclei del “tradizionalismo romano” o nei gruppi pseudoreligiosi del “neospiritualismo pagano”. Questi enti promuovono l’accostamento agli Dei in condizioni improprie ed impure, senza una rigorosa preparazione educativa e formativa dell’animo, specialmente senza un’adeguata purificazione, attuata attraverso una rigorosa disciplina morale, inevitabilmente necessaria per disporre della castitas rituale.
[3] “I riti e i modi delle cerimonie pubbliche e private apprendano gli ignari dai sacerdoti pubblici”, Cicerone, De Leg., II, VIII.